UNA CONCEZIONE SOGGETTIVA DELLA MALATTIA

Per quel che ne so, la classica definizione di salute e malattia proposta da Boorse, almeno se escludiamo le malattie mentali, resta ancora il punto di riferimento. In soldoni, una persona è malata quando ha una menomazione che la limita nel raggiungimento degli scopi apicali della specie umana. Ci sono state molte osservazioni, critiche e sottili distinzioni, ma credo che nessuno abbia provato a rendere rigorosa la geniale intuizione di Canguilhem secondo cui è il paziente e solo il paziente che stabilisce se sia malato o meno. Questa concezione soggettiva della malattia avrebbe due vantaggi: in primo luogo, se effettivamente utilizzata nella politica sanitaria imporrebbe a tutte le persone e le strutture che operano in questo ambito di mettere la massima attenzione agli aspetti psicologici anche delle cosiddette malattie fisiche. In secondo luogo, sarebbe solo l’individuo e non qualche strampalata legge a decidere sul suo corpo, con conseguenze liberatorie per la bioetica.

Il problema della definizione soggettiva di salute e malattia è che non è facile distinguere fra un malessere patologico, come una storta alla caviglia, e quello fisiologico, dovuto al fatto, ad esempio, che il partner se ne è andato.

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1 Commento

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Una risposta a “UNA CONCEZIONE SOGGETTIVA DELLA MALATTIA

  1. Penso occorra distinguere sul tipo di malattia. Oggigiorno mi pare che si sia malati se i sintomi di cui si soffre ricadono nella casistica stilata da qualche istituto; io per esempio non considero l’obesità una malattia se è causata da errato consumo di cibo, eppure negli USA viene considerata in quella maniera. Queste pseudo-malattie servono più che altro per dar modo alle società farmaceutiche e assicurative di raggranellare altri soldi vendendo prodotti ad hoc.

    Tuttavia non si può nemmeno lasciare piena libertà al paziente di definirsi malato. Nessun pazzo si definirebbe mai tale, per cui… Si può e si dovrebbe lasciare al paziente libertà di decidere sulle sue cure.

    Per me il problema di fondo è che la medicina non è una scienza esatta, per cui lo stesso fenomeno può essere interpretato in più modi, il che comporta cure differenti e non c’è modo di sapere a priori quale sia la soluzione migliore e l’esito del trattamento. La mia fidanzata ha sperimentato da poco una cosa simile e ho dunque riflettuto sull’argomento. Occorrerebbe un convegno globale che faccia il punto della situazione e che definisca le linee guida della medicina, senza escludere nessuna branchia. Gli stessi medici canonici spesso non sono d’accordo tra loro, probabilmente per le troppe vie di pensiero presenti all’interno della disciplina.

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