MI STUPISCO CHE…

Durante le riunioni con i colleghi – soprattutto se umanisti – mi capita spesso di ascoltare degli interventi che iniziano con frasi del tipo “Mi stupisco che…”. Il senso sembra essere del tipo che l’oggetto che viene dopo è talmente ovvio che non si riesce a comprendere come mai non l’abbiano visto tutti gli altri interlocutori. E’ una frase un po’ antipatica e sussiegosa, che di fatto dà dell’ignorante ad almeno uno degli interlocutori. Per facilitare un dialogo ordinato, sarebbe molto meglio dire qualcosa del tipo: “E’ difficile dubitare che…” o “Sembra molto ragionevole che…”. Anche perché, se fino a quel momento quella presunta ovvietà non era stata notata ci sarà pure una ragione.  Oppure, chi dice “mi stupisco che…”, in realtà vuol dire “è una grave mancanza il fatto che il tale o i tali non abbiano notato che…”, ma allora l’intervento non vuol essere informativo, ma un’accusa. E allora sarebbe stato meglio dirlo esplicitamente. Meglio non chiamare in causa lo stupore, che da un lato rimanda allo stupido e dall’altro all’inizio della Metafisica di Aristotele, dove si dice che la Filosofia nasce dal taumazein, cioè proprio dallo stupore.

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