VON WRIGHT E LA LIBERTA’ DEL VOLERE

Nel libro di von Wright “Spiegazione e comprensione” (1971) viene presentata una teoria molto peculiare del libero volere. Per capirla, almeno nelle sue grandi linee, consideriamo i famosi esperimenti di Libet, recentemente ripetuti da Haynes. I dati non sono conclusivi, ma sembra che sulla base di quello che capita nel nostro cervello, esaminato con brain imaging, è possibile prevedere con anticipo nostre semplici decisioni – che noi prendiamo liberamente – con un successo significativamente maggiore del 50%. Questo non significa che siamo del tutto determinati dal nostro cervello, ma solo che siamo influenzati dal nostro cervello, il che è ovvio, e non è troppo rilevante per il problema del libero volere. Poniamo che avessimo dati definitivi a supporto del fatto che quando abbiamo la sensazione soggettiva di decidere di alzare il braccio, in realtà sempre i neuroni XYZ si attivano 500 millisecondi prima. Alcuni potrebbero dedurre da questi dati che la nostra decisione di alzare il braccio, che ci sembra libera, è invece determinata dall’accensione dei neuroni XYZ. Von Wright si chiede che cosa sia la causalità. Nota innanzitutto che si ha causalità solo in presenza di asimmetria, ovvero se una certa causa può provocare l’effetto, non deve poter accadere il viceversa. Nota inoltre che questa asimmetria non ha origine nell’ordine temporale degli eventi, dato che causa ed effetto devono almeno per un breve intervallo essere contemporanei. Suggerisce che tale asimmetria è data dalla nozione di azione. Noi diciamo che A causa B quando se A non si fosse presentato e noi non lo avessimo realizzato e neanche altre cause sufficienti per B si fossero presentate, allora B non sarebbe accaduto. In pratica il nostro intervento, fare A, deve essere condizione sufficiente, relativamente a quel contesto, per B. Non c’è bisogno che sia anche condizione necessaria. Un vantaggio di definire così la causa è che la situazione in cui noi possiamo intervenire è sotto il nostro controllo, è, cioè, un esperimento. Torniamo ora alla situazione di Libet. Dal punto di vista di von Wright, la causa sarebbe senz’altro il nostro alzare il braccio e l’effetto l’accendersi dei neuroni XYZ. E questo anche se l’ordine temporale è invertito. Per von Wright, come per tanti pragmatisti, da Schopenhauer a Dewey e James, l’azione ha una sua autonomia ontologica, che in questa analisi si palesa chiaramente. Il vantaggio di questa prospettiva è che è un’impostazione incompatibilista che non si basa su forme di spiritualismo, come quella di van Inwagen. Per il compatibilista se fra le cause c’è il mio cervello, il mio cervello sono io e quindi in fondo sono libero. L’incompatibilista, alla Descartes, spesso fa appello, invece, a un’entità autonoma dalla materia che esprima la nostra libertà. Von Wright propone un concetto di libero volere che non cade in nessuno di questi due estremi. Il punto debole, però, è certamente la sua teoria della causalità, che è presupposta e che non convince del tutto. Quando diciamo che l’esplosione di una supernova causa un bagliore intergalattico, che cosa c’entra la nostra azione?

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