LA DITTATURA DEL PROLETARIATO

Nella storia del marxismol’espressione “dittatura del proletariato” ha avuto un triste ruolo. Il luogo classico è la critica di Marx al Critica al programma di Gotha, elaborato dai lasalliani nel 1875, dove si legge “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.”

Detto per inciso. Leggendo gli scritti del marxismo militante, da Marx a Lenin fino a Gramsci, viene in mente quella esilarante scena di “Brian di Nazareth” dei Monty Piton, in cui uno dei capi di una delle tante fazioni che vogliono liberare la Giudea dai romani, chiede “Chi è il nostro nemico?” e gli affiliati additano in coro un’altra fazione, invece dei romani, come sarebbe normale. In effetti nei tre testi che esamineremo Marx attacca violentemente Lasalle, Lenin  e gramsci le forme di socialdemocrazia.

L’idea della dittatura del proletariato non avrebbe nulla a che fare con le tragiche esperienze di Stalin, Mao e Pol Pot, nel senso che non è una dittatura, ma il prevalere con la forza dei molti oppressi sui pochi oppressori.

Questo concetto viene ampiamente ripreso da Lenin durante la Rivoluzione russa. Vedi ad esempio lo scritto Dittatura e democrazia del 1918: “Solo la dittatura del proletariato può emancipare l’umanità dall’oppressione del capitale, dalla menzogna, dalla falsità, dall’ipocrisia della democrazia borghese, che è la democrazia per i ricchi, e instaurare la democrazia per i poveri, cioè rendere effettivamente accessibili agli operai e ai contadini poveri i benefici della democrazia, che restano oggi (pesino nella repubblica – borghese – più democratica) inaccessibili di fatto alla stragrande maggioranza dei lavoratori.”

Il problema è che già in Lenin si fa avanti l’idea che comunque occorre una avanguardia che guidi le masse. Questo lo ritroviamo in diversi suoi scritti da Che fare del 1902 a Stato e rivoluzione del 1917. Ne segue che la dittatura del proletariato nel concreto agire di Lenin si trasforma in dittatura tout court. E abbiamo visto dove portano tutte le dittature chi più chi meno.

Questo concetto viene recepito pienamente anche da Gramsci sull’Ordine nuovo nel 1919, in un articolo intitolato Democrazia operaia: ” La formula “dittatura del proletariato” deve finire di essere solo una formula, un’occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria. Chi vuole il fine, deve volere anche i mezzi. La dittatura del proletariato è l’instaurazione di un nuovo Stato, tipicamente proletario, nel quale confluiscono le esperienze istituzionali della classe oppressa, nel quale la vita sociale della classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato.” Ecco nel pensiero di Gramsci il dado è definitivamente tratto, “chi vuole il fine deve volere anche i mezzi”! Dal punto di vista morale questa chiara espressione del machiavellismo è del tutto sbagliata. Io posso volere che mia figlia venga ammessa ad Harvard, ma se l’unico mezzo per ottenere questo risultato è quello di corrompere la commissione per l’ammissione, allora io non voglio anche i mezzi.

Questa recezione del machiavellismo è stata la tragedia del Comunismo europeo e non solo, che ha trasformato un’istanza di giustizia di importanza capitale per la nostra storia in una tragedia. E purtroppo dentro il PD e anche in molte altre parti della sinistra italiana quel machiavellismo è l’unica cosa che è sopravvissuta del comunismo.

Annunci

2 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE, FILOSOFIA POLITICA, POLITICA

2 risposte a “LA DITTATURA DEL PROLETARIATO

  1. il peggio credo che avvenga tra la fine della grande depressione e l’inizio della seconda internazionale con il grande equivoco su Bernstein che produsse una forte spaccatura di natura culturale prima ancora che politica nel movimento socialista internazionale. come scrive Arrighi per Bernestein all’inizio del XX secolo le istituzioni liberali erano destinate a durare e la loro flessibilità era in grado di assorbire un crescente aumento del potere sociale del lavoro. Secondo Bernstein, continuo a citare da Arrighi, la rivoluzione socialista non solo non era necessaria bensì nemmeno desiderabile. Lo slogan conseguente fu: “il movimento è tutto, il fine nulla”. Sia i riformisti che i rivoluzionari si opposero a questo slogan teorizzando e mettendo in pratica una politica finalizzata alla presa concreta del potere, per cui invece il fine è tutto e il movimento nulla. Secondo Arrighi una certa ambiguità tra le due strade era presente nello stesso Marx e ancora in Kautsky (che pure si oppose duramente a Bernstein) mentre sono del tutto assenti in Lenin. Credo che tu abbia ragione nel descrivere il machiavellismo della sinistra post comunista italiana di partito come l’unica eredità della sinistra di partito, ma voglio sperare che la sinistra italiana abbia ancora una radice profonda nella sinistra di movimento (anche organizzata in partito o altra forma).

  2. ho dimenticato di inserire l’indicazione bibliografica al mio commento precedente, eccola: Giovanni Arrighi, “Secolo Marxista, Secolo Americano. L’evoluzione del movimento operaio mondiale” in “Capitalismo e (dis)ordine mondiale”, manifestolibri, 2010, pp. 65-107

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...