LA CRISI GLOBALE

L’Europa occidentale e l’America del Nord ha vissuto daL ’45 in poi un periodo di pace interna e benessere. Crescita continua, democrazia e relativa libertà. Purtroppo però questa parte del mondo è abitata da non più del 20% della popolazione della Terra, per cui nello stesso tempo quasi tutti gli altri erano afflitti da guerre e povertà. Per fortuna le cose un po’ alla volta sono cambiate: prima il Giappone, poi le tigri asiatiche, adesso il BRIC, tra un po’ forse anche alcuni paesi africani stanno acquisendo la capacità di crescere economicamente in condizioni di democrazia e libertà. Questo però è per noi un problema, perché provoca un surplus produttivo, per cui per l’Europa e l’America diventa molto più difficile crescere. Questo è il frutto della tanto bistrattata globalizzazione. E’ vero la globalizzazione è all’origine della crisi strutturale in cui sta vivendo l’Occidente, ma questo è giusto, perché è diminuita la sperequazione mondiale fra paesi ricchi e poveri. Ora ci sono molti più paesi che crescono economicamente. La causa profonda della crisi non è né l’entrata nell’EURO, che anzi ha favorito l’Italia, né la politica economica dissennata della Destra che ci ha governato per vent’anni, ma semplicemente la globalizzazione, cioè il fatto che Cina, India, Brasile e Russia non stanno più a guardare: stiamo parlando di quasi 3 miliardi di persone che crescono economicamente, portando via a noi fette di mercato. Da questa crisi si salvano in parte Germania e Stati Uniti, perché hanno seriamente investito in conoscenza, cioè non hanno adottato l’ottuso modello di sviluppo senza ricerca seguito, invece, dall’Italia. In questo modo fin che dura, americani e tedeschi possono vendere nei paesi del BRIC prodotti ad alta tecnologia. E quindi lo sviluppo di quei paesi non è solo una perdita, ma anche l’aprirsi di nuovi mercati. Noi ci salviamo solo per il turismo e i manufatti ad alto contenuto in design, come vestiti, borse, mobili e scarpe. Ma su questo non si regge l’economia di un paese. Rispetto a questa situazione mi sembra che per noi ci sia una sola via d’uscita, cioè quella di parametrizzare in modo diverso il benessere, cioè non in modo solamente monetario, ma seguendo il pensiero di Sen e altri, facendo attenzione alla qualità della vita. Se noi continuiamo a misurare la ricchezza di un paese solo con il PIL, l’effetto è quello di perdere fiducia, perché il PIL nostro (di tutti i paesi dell’Occidente) non può aumentare più di tanto, per ragioni di mercato globale e di sostenibilità ambientale. Se il governo, l’ISTAT ecc. misurassero il nostro benessere anche sulla base della qualità dell’ambiente, della formazione, della sanità, allora potremmo pensare ancora a un margine di miglioramento, che non fosse solo monetario. E’ questa una possibile via d’uscita dalla crisi.

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1 Commento

Archiviato in POLITICA, SOCIETA'

Una risposta a “LA CRISI GLOBALE

  1. pibond

    Evidentemente quando il PIL cresce, tutto va bene e il PIL basta da solo per confermare la crescita; quando decresce, cominciano i dolori, e ci si accorge che il parametro cessa dall’essere il solo idoneo per misurare il benessere. Da qui inizia uno sconvolgimento economico e sociale a fronte del quale la reazione si manifesta con gli stimoli promossi da chi esercita forze d’impulso al cambiamento puntando a sfruttare in modo più efficiente le risorse disponibili, ad eliminare gli sprechi, e a riequilibrare l’economia attraverso un più conveniente riparto del prodotto tra investimenti, consumo, risparmio e reintegro dei fattori produttivi per l’apporto conferito da ognuno di essi. In tal caso un PIL interno ridotto, potrebbe anche contribuire ad aumentare il benessere. La cosa sarebbe auspicabile se accompagnata dall’aumento delle esportazioni (come sembra essere vero, in questo primo scorcio di anno).
    Ma c’è anche chi esercita forze opponenti: punta ancora sull’aumento dei consumi per mantenere alto il PIL con la pretesa di mantenere alta l’occupazione dei lavoratori a defraudando i fattori terra, capitale, impresa, lasciando invariato l’afflusso delle imposte allo stato e alle sue dipendenze funzionali e territoriali che sono da considerare come lo stesso fattore di propagazione economica e sociale che latita nell’esercizio delle sue funzioni.

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