L’UNIVERSITA’ DELLA VITA

Una decina di anni fa in un paesino di montagna chiacchieravo con un’anziana signora e un villeggiante che aveva tutta l’aria di una persona di relativo successo. L’anziana paesana iniziò una frase con “Io non ho fatto l’università…” e il villeggiante, di rimando, “Ma Signora voi avete fatto l’università della vita!”. Sì, l’università della vita. La maggior parte degli italiani vivono lo studio e la scuola come qualcosa di irrilevante per avere successo nel lavoro. E si vede.

Venti anni fa Romano Prodi pubblico un bel libro che si intitolava “Il tempo delle scelte”, sottotitolo “Non si può essere ricchi e ignoranti per più di una generazione”. E adesso, infatti, siamo restati ignoranti e l’OCSE ha previsto che il nostro PIL nei prossimi 8 anni aumenterà in media dello 0,5% all’anno. Il che vuol dire impoverirsi, visto che l’inflazione è più del 2%. L’Italia, il paese che ha dato i natali a Vito Volterra, matematico di grande valore e uno dei primi intellettuali europei ad aver capito l’importanza del dialogo fra scienza pura e scienza applicata, oggi produce matematici che non possono dialogare con l’industria, perché un’industria che vive di ricerca non c’è. L’Italia, che negli anni Cinquanta ha visto il fenomeno straordinario di Adriano Olivetti, che ha saputo conciliare cultura della fabbrica e umanesimo e che ha prodotto in pochi anni il primo PC – non Apple – sì proprio Olivetti, il famoso P101, il primo computer da tavola della storia. E che oggi è fatta di industriali ignoranti e ottusi, piccoli e incapaci di mettersi in rete e che reinvestono gli ormai scarsi profitti in immobili. L’Italia che ha avuto fra i suoi padri Francesco De Sanctis, umanista finissimo e uomo concreto che dialogava con il mondo esterno, oggi produce umanisti che sono poco più che enciclopedie ambulanti, senza reali capacità di ragionare e senza contatto con la realtà. L’Italia che ha avuto pensatori politici illuminati, attenti alla filosofia e alla tecnica, che hanno fatto della razionalità il principio del progresso e del benessere, come Carlo Cattaneo, oggi esprime intellettuali sedicenti di sinistra, in realtà infarciti di miti romantici e reazionari.

Purtroppo la cultura e la massa delle persone non parlano fra loro. Mi ricordo che quando sentii da ragazzo per la prima volta l’espressione “Intellettuale organico” pensai “che bello l’idea di una cultura dotta che dialoga con quella popolare” e rimasi profondamente deluso quando scoprii che “organico” significava legato a interessi di parte e che nel caso della classe operaia l’intellettuale doveva addirittura essere guida. Nella mia vita ho imparato poco, ma quel poco che ho appreso lo ho ricevuto tanto dai libri quanto dal contatto quotidiano con gli altri e non mi sento guida di nessuno, neanche di me stesso.

Nel nostro paese gli umanisti pensano  che la cultura sia retorica, gli scienziati che sia tecnica e tutti gli altri che non serva a nulla. Questo non è un buon viatico per il nostro futuro.

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3 commenti

Archiviato in POLITICA

3 risposte a “L’UNIVERSITA’ DELLA VITA

  1. Mirko Tagliaferri

    CI ragionavo l’altro giorno e sono sempre più propenso a rifletterci sopra seriamente. Oggigiorno viviamo, specialmente in Italia (purtroppo non solo), nel trionfo della mediocrità. La cultura decade lasciando il posto a sfavillanti pappagalli che, come un certo genovese si prefiggeva di fare – ironicamente -, si imparano la Treccani a memoria. Secondo me non è la materia prima che scarseggia, lo dimostrano i nomi citati nel breve pensiero da lei espresso, ma essa non viene affatto plasmata, costretta a sentire, a qualunque livello d’istruzione: “Sì, sì, ehm, mettiti a fare qualcos’altro se hai già capito, tanto devi aspettare che gli altri capiscano come te.”

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  3. Forse mi sbaglio ma… Secondo Gramsci il miglior esempio di intellettuale organico non era l’imprenditore capitalista? Quello che lecca il culo agli uomini politici è l’intellettuale di servizio.
    Comunque la sua analisi probabilmente è corretta, e quindi? Se iniziamo adesso a cambiare rotta i risultati si vedranno forse tra 30 anni. Intanto non si possono troppo biasimare i giovani che disertano le università (in quella della mia città, Perugia, nel 2011-2012 ci sono state tra mancate iscrizioni e mancati rinnovi circa 2000 studenti in meno) ed in particolare le facoltà umanistiche, vista la fine che ha fatto una parte dei loro fratelli maggiori. Fine commentata con soddisfazione (della serie “ben vi stà, a studiare certe cose”) da uomini politici, imprenditori e giornalisti varî.

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