L’AGIRE GIUSTO E LA SOFFERENZA

Spinoza cerca di dimostrare che fare la cosa giusta porti alla felicità, ma il suo ragionamento è inficiato dal fatto che deriva dalla sua convinzione che noi sentiamo il dolore degli altri come fosse il nostro. Il che, come è ovvio, non è vero. Kant, invece, aveva ben chiaro che in questo mondo fare la cosa giusta non paga e che quindi per dare senso alla morale occorreva presupporre l’immortalità dell’anima e il premio nell’altra vita per i giusti che in questa spesso e volentieri non vengono premiati, ma puniti. Hume aveva cercato di salvare la situazione dicendo che in fondo ci sono emozioni nobili ed emozioni basse e che seguendo quelle nobili facciamo la cosa giusta e a un tempo siamo più felici. Però Freud ci ha insegnato che non seguire le presunte emozioni “basse” porta alla nevrosi e all’infelicità. E allora perché agire secondo giustizia? La via d’uscita ce la ha proposta Socrate: la morale è innanzitutto conoscenza. Se io sono una zecca, che ha un apparato sensoriale molto semplice, mi accorgo di poco o nulla di ciò che mi sta intorno. Nulla so ad esempio delle terribili sofferenze che posso causare a un bambino siciliano che infetto con batteri molto aggressivi. In un punto ha ragione Spinoza: se effettivamente ho ampliato a sufficienza la mia conoscenza, allora sento sì il dolore degli altri come fosse mio e vivo meglio quando non provoco sofferenza; ma prima devo scegliere di conoscere. Molti infatti sosterrebbero che è meglio vivere felici come la zecca, senza capire nulla. Ma anche questo non è tanto vero, poiché così come è più ricco chi guadagna un milione di euro e poi lo perde, di chi guadagna 10.000 euro e poi ne perde 9.000 (anche se il bilancio sarebbe quantitativamente migliore per il secondo), così chi soffre tanto ha anche l’occasione di avere grandi soddisfazioni e questo può capitare solo a chi comprende sempre meglio come è fatto il mondo in cui gli è capitato di vivere.  Tutto questo vuol dire che quello che sembra il bene all’ignorante, diventa il male per chi capisce. Ma quel male è compensato da un altro bene più grande, che è l’apertura verso la ricchezza del mondo che ci circonda. Per chi sa è vero il discorso di Spinoza: se sceglie il male soffre di più che se sceglie il bene. E il piacere sadico di far soffrire consci di far soffrire, che trascina gli animi di molti? Qui ha ragione Hume: c’è un modo basso e brutale di fare questo e un modo alto e giocoso. Il primo nell’insieme porta con sé sofferenza, perché innesca terribili circoli e spirali di violenza. Il secondo porta piacere più che dolore ed è sostanzialmente innocuo, per cui non cambia la sostanza del mio discorso.

Tutto questo è ragionevole, ma la rinuncia per ragioni morali a qualcosa di bello e grande è comunque un’immensa sofferenza.

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2 commenti

Archiviato in FILOSOFIA MORALE

2 risposte a “L’AGIRE GIUSTO E LA SOFFERENZA

  1. Daniele Tagliacozzo

    Ma a ciò che è bello e grande agli occhi di chi sa non si può rinunciare per “ragioni morali”. Almeno, non secondo Socrate, che identificava il bello con il bene. Ciò che agli occhi del sapiente è bello e grande (che vuol dire “grande”? è un’altra forma della bellezza?) deve essere a tutti i costi mantenuto. Se il sapiente (socratico) vi rinuncia per ragioni morali vuol dire che non c’era in esso bellezza, né bontà.

  2. daniela

    daniela

    Credo che abbiano ragione tutte e due gli autori dei due interventi solo che, mi pare, cambi, il livello di approccio al problema.
    Nel primo intervento il livello è quello umano in cui il bene ed il male sono inevitabilmente intrecciati e l’azione è tanto più morale quanto più il livello del bene supera quello del male.
    Nel secondo intervento abbiamo un livello più metafisico, un bene ontologico che fornisce la base dei criteri assiologici che regolano e definiscono la gerarchia dei volori. Si tratta quindi di un “Valore” superiore ad ogni altro valore e che dà valore a tutti gli altri valori. Un “Bene” che avrebbe quindi a che vedere con un momento istitutivo, non morale <> Cfr. Platone, Repubblica, VI, 508 [C].

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