IL DISCORSO DI CAMILLERI A URBINO

Qui è possibile trovare la lectio magistralis di Camilleri per la sua laurea a Urbino. Mi verrebbe da proporre questa riflessione. Rinchiuso ad Arcetri agli arresti domiciliari con la figlia Virginia, Galileo, dopo la condanna dell’Inquisizione del 1632, quasi cieco, detterà I discorsi e dimostrazioni su due nuove scienze, uno dei più grandi capolavori di tutti i tempi, scritto in un una lingua italiana straordinaria, che racconta le meravigliose riflessioni dello scienziato pisano. Il libro uscirà in Olanda nel 1638, in italiano, e tutti i grandi intellettuali europei lo lessero in quella lingua. Era l’ultima grandiosa espressione di una lingua creata da un manipolo di intellettuali, da Dante e Boccaccio, fino ad Ariosto e Tasso, che resterà congelata per due secoli, senza reali contatti con la lingua parlata dagli italiani. Ancora Leopardi e Manzoni scriveranno quella lingua quasi immutata, che in Italia quasi nessuno parlava. Una lingua conservata come una reliquia di cristallo in una bacheca un po’ polverosa. Dopo l’unità d’Italia l’estensione dell’obbligo scolastico prima e i mass media poi insegnarono una forma estremamente semplificata di quella lingua agli italiani. E oggi mediamente, quando non ci esprimiamo in dialetto, usiamo questa versione franca dell’italiano. Poi ci sono i nostri umanisti che continuano a scrivere ed esprimersi nei loro convegni in una forma sviluppata da quell’italiano, che la maggior parte delle persone trova o incomprensibile o retorica. Purtroppo Galileo non c’è più, né Dante, né Ariosto. Da duecento anni a questa parte il faro della civiltà è stato prima dell’Inghilterra e poi degli Stati uniti, che hanno proposto e realizzato l’impero più civile che la storia ricordi. Più di quello persiano, che era una monocrazia, più di quello di Atene, che era basato sulla schiavitù, più di quello romano, che era basato sulla depredazione delle province, più di quello turco e di quello degli Asburgo. E’ per questo che ancora oggi l’inglese è la lingua dominante. Mi è be chiara, con i suoi pregi e i suoi difetti, quale sia l’identità culturale, politica e linguistica anglosassone; non riesco invece a capire quale sia quella italiana, se non una riproposizione artificiale di una tradizione che non è più viva. Questo non vuol dire che l’uso di certi anglismi sia insopportabile, come quello utilizzato involontariamente dallo stesso Camilleri “supportata”, quando avrebbe potuto dire “favorita” o “sostenuta”. Ma non chiudiamoci nella nostra italianità, che oggi non c’è. L’Italia è uno dei paesi fondatori dell’Europa e la sua vocazione è Europea. Forse un giorno, se saremo capaci di aprirci al mondo, potremmo avere un nuovo dante e un nuovo Galileo.

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3 commenti

Archiviato in LETTERATURA, SOCIETA'

3 risposte a “IL DISCORSO DI CAMILLERI A URBINO

  1. Michele_BS

    Bella riflessione, prof. Fano.

  2. gabriele

    ma supportare non è affatto un anglismo, è un francesismo e deriva da support, che è derivato a sua volta dal latino supportare, composto di sub e portare …!

  3. Serpico

    E’ diffile capire il senso di questi pensieri messi a caso e con quale fine? Difendere l’italiano (e se vogliamo anche l’italianità) non significa arroccasi in una sterile difesa ad oltranza delle proprie tradizioni, ma soltanto afferermare la propria identità e la propria dignità, contro un’ondata omologatrice che la globalizzazione porta con se. Se anche l’italiano e l’italia non sono più al centro del mondo e della cultura mondiare, questo non significa che si debba svilire e farsi colonizzare con le proprie forze, perché a differenza del passato oggi i coloni non ce li abbiamo in casa, ma siamo noi a creaceli.

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