ARTE E SCIENZA

Il rapporto fra arte e scienza è tema su cui spesso si riflette. Punto di partenza potrebbe essere Hegel e il suo concetto di morte dell’arte. L’idea è che il progressivo affermarsi della ragione renderebbe l’arte più debole. Un po’ come in Vico, dove l’epoca dei poeti è quella intermedia, prima che la razionalità si affermi del tutto. Ormai lo sappiamo: non esiste alcuna filosofia della storia. Le idee e le situazioni vanno e vengono senza nessuno scopo apparente. E’ certo però che alcune epoche sono più razionali di altre. Cioè ci sono momenti e luoghi in cui le persone in media hanno dato molta importanza alla ragione, piuttosto che all’espressione scomposta dei propri sentimenti. Questo è accaduto ad Atene nel Quinto secolo prima di Cristo, nell’Inghilterra del Settecento, negli Stati Uniti del Novecento, nella Germania della seconda metà dell’Ottocento ecc. Quando la ragione ha un ruolo importante l’arte passa in secondo piano: questa sembra essere l’idea della morte dell’arte di Hegel.

Accanto a questa prima riflessione, occorre ricordare la distinzione fra naturalismo e simbolismo nell’arte, introdotta da Hauser nella sua splendida “Storia sociale dell’arte”. Nel lavoro artistico a volte domina il tentativo di registrare le impressioni del mondo, a volte il desiderio di esprimersi; a volte si cercano le forme che meglio raccontano ciò che è oggettivo, a volte quelle che meglio descrivono il soggetto. Talora questa contrapposizione viene associata a quella fra classicismo e romanticismo.

Accanto alla morte dell’arte e alla contrapposizione fra naturalismo e simbolismo, direi che occorre riflettere su un altro punto importante.   Vorrei sostenere questa tesi: in un’epoca l’arte migliore è quella che riesce ad appropriarsi dello spazio della conoscenza lasciato intonso dalla scienza. L’idea è molto semplice: ogni teoria scientifica è profondamente incompleta, per cui l’arte riesce a essere conoscenza di ciò che in quel contesto la scienza non può conoscere. Questo però presuppone che l’arte sia perfettamente consapevole della scienza del suo tempo e che non si metta in competizione con essa.  L’arte che trascura la scienza del suo tempo è evasione. Quella, invece, che si appiattisce sulla scienza del suo tempo è didascalica. La grande arte è invece quella che, consapevole della scienza, riesce a costruirsi al di là di essa. Per rimanere in letteratura, è facile leggere in questi termini i due maggiori poeti italiani, cioè Dante e Leopardi: entrambi molto formati dal punto di vista scientifico ed entrambi alla ricerca di uno spazio in cui la scienza non arriva. La poesia come redenzione nel primo e come indefinito nel secondo.

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2 commenti

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2 risposte a “ARTE E SCIENZA

  1. Alberto

    La tesi sostenuta è affascinante, soprattutto per quello che lascia intravedere (un lavoro enorme di rilettura e di nuove ipotesi). Resta da interrogarsi, tra le altre cose, su quella membrana tra arte e scienza, su cosa migra da una parte all’altra, incessantemente, sul come migra, sul perché migra. Convincono i termini i cui è formulata la tesi. Un primo interrogativo: come diventa “consapevole” l’arte di quel che accade nella scienza? E in che modo il rapporto non è solo arte che guarda alla scienza ma anche scienza che guarda all’arte? Grazie.

  2. Secondo me la migrazione (e meglio è dire la metamorfosi) la compie lo scienziato che diventa artista, o l’artista che ritorna scienziato. Anzi direi che chi fa un ragionamento aspira a essere scienziato, chi artefice del bello è artista e chi ha fede e aspira al bene universale è religioso.
    Alberto dimentica la migrazione della scienza e dell’arte nella religione.
    Senza coscienza l’uomo è una bestia.

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