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AGGRESSIVITA’, RAZIONALITA’, DOGMA

L’uomo, come molti altri primati, è dotato di aggressività intraspecifica, che spesso agisce nei nostri attacchi di collera. L’uomo, tuttavia, forse unico fra gli animali, è dotato di razionalità, cioè di capacità di valutare i pro e i contro di una scelta. La nostra aggressività mescolata con la razionalità porta verso il crimine. L’uomo, infine, ha bisogno di certezze assolute, dogmi. La nostra aggressività mescolata ai dogmi porta con sé le guerre di religione. Il dogma, però, è in conflitto parziale con la razionalità, o meglio la mutila, distorcendo la sua valutazione dei pro e dei contro. Dogma e razionalità producono quella che possiamo chiamare “ideologia”. Le grandi tragedie del XX secolo sono state un mettersi insieme di ideologia e aggressività; questa terribile miscela ha agito ad Auschwitz, così come nei Gulag, durante il Grande balzo in avanti cinese, così come in Cambogia con Pol Pot.

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THE LEGITIMACY OF CHARISMATIC POWER

There are various theories about the notion of power. It seems to me that the most interesting notion is the following: the capacity of an individual of influencing the behaviour of other people without physical or legal coercion instruments. In modern democracies this is the most important characteristic of power. In this sense we can say that A has power on B. Indeed the power of A on B is based on A capacity of manipulating B emotions.  In general B does not have advantages from the actions imposed to him by A. On the contrary in general A has advantages from the actions he imposes to B. This notion is probably near what Max Weber calls “charismatic power”. Often this kind of power is based either on the moral convictions of B or on the attractiveness of A. The question is: is this kind of power morally acceptable?

There are at least seven possibilities: the coercion of A on B brings:

1. advantages both to A and B.

2. disadvantages both to A and B.

3. Indifference both to A and B.

4. Advantages to A and disadvantages to B.

5. Advantages to B and disadvantages to A.

6. Advantages to A and indifference to B.

7. Advantages to B and indifference to A.

 

Since the exertion of this kind of power involves necessarily a manipulation, all situations in which there are either disadvantages or indifference for B are not acceptable. So only cases 1., 5., 7. could be considered. Marxist politic is based on the legitimacy of these three kinds of manipulations. Perhaps we can accept them, but it is almost impossible that who have power in our sense does not use it as well in more useful for himself  ways.

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KOMUNIST E LIBERAL

Immaginiamo una città dove vivono 100 persone. 11 hanno 10 e le altre 90 hanno 1, per cui la ricchezza totale sarebbe 200, ma è divisa in modo estremamente iniquo, poiché i 10 detengono il monopolio della produzione della ricchezza. Arriva il profeta Komunist, il quale dice: “Bisognerebbe che un gruppetto prendesse il potere e distribuisse la ricchezza in modo equo.” Gli risponde il profeta Liberal, il quale dice: “No bisognerebbe sbloccare il monopolio dei 10, in modo da favorire la libera iniziativa.” Jahve si è stufato di queste polemiche e non essendo onnisciente, decide di fare un esperimento. Costruisce un’altra città identica e poi in una delle due segue la ricetta di Komunist e nell’altra quella di Liberal. Quale è il risultato? Nella città di Komunist accade che la ricchezza globale diminuisce, poiché né i 90 poveri né i 10 ricchi hanno più particolare interesse a darsi da fare. Diciamo che scende da 200 a 100. Come viene distribuita? I nuovi burocrati, per quanto più equi dei monopolisti precedenti, sono come uomini, per cui si prendono 4 a testa e distribuiscono i 60 restanti in modo equo, cioè 0,66 a testa. Nel paese di Liberal che cosa succede? La ricchezza totale aumenta, perché in più si danno da fare. Diciamo 300. Come viene distribuita? Ci sono sempre 10 che hanno molto, addirittura 12, ma gli altri 90 invece di avere 1 a testa ora hanno 2 a testa. In quale città vorreste vivere? Quella di Komunist o quella di Liberal?

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MODIFICHIAMO L’ARTICOLO 1 DELLA COSTITUZIONE

L’art. 1 della Costituzione italiana recita “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. Dietro ci sta l’idea hegeliana secondo cui “lavoro” è plasmare la realtà naturale in accordo con un’idea. Che questo sia un valore di grande importanza è indubbio. Nella Costituzione americana, invece, fin dall’inizio si stabilisce che lo scopo della carta è “to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility, provide for the common defence, promote the general Welfare, and secure the Blessings of Liberty to ourselves and our Posterity.” Da cui si vede che lo scopo è soprattutto politico, cioè una buona convivenza civile.

Entrambe le prospettive mi sembrano poco convincenti. Il lavoro è importante, ma più importante ancora è la conoscenza, senza la quale il lavoro sarebbe impossibile. Quindi è da lì che prenderei le mosse. Per contro promuovere la giustizia, la tranquillità e il benessere va bene, ma a qual fine? Ognuno persegue i propri progetti e una carta costituzionale dovrebbe garantire una compatibilità fra questi comportamenti, tuttavia occorre almeno un valore comune, altrimenti la carta è solo uno strumento. La costituzione italiana ha il vantaggio che un valore lo sancisce, cioè il lavoro. Ma questo non può essere il valore supremo e a tutti comune. Perché non scrivere, invece, che “l’Italia è una Repubblica fondata sulla ricerca della conoscenza”? La ricerca della conoscenza è più fondamentale del lavoro, più innocua, non modifica la realtà, quindi non la peggiora, è un piacere che non toglie nulla agli altri, mentre il lavoro, come ben sappiamo, è un bene che può diventare molto scarso. La ricerca della conoscenza è infine l’attività più complessa e ricca che l’uomo è in grado di realizzare.

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SILLOGISMI NAPOLITANI

Dopo la rielezione di Napolitano, sul web si trova un florilegio di fallacie politiche. 1. Napolitano aveva detto che non si voleva ricandidare e invece ha accettato, quindi è incoerente. Questa è una sciocchezza, poiché quando l’aveva detto le condizioni politiche erano molto diverse da ieri. Napolitano ha accettato perché la situazione è cambiata in peggio. Allora arrivano quelli che dicono: 2. tutto questo era perfettamente prevedibile ed è stato orchestrato da Napolitano stesso. Del senno di poi son piene le fosse. Dopo che è successo è certamente prevedibile che sarebbe successo. In realtà la situazione era talmente complessa e intricata che i possibili sviluppi erano parecchi e tutti incerti per tutti gli attori della vicenda. Poi arrivano quelli che 3. danno la colpa all’uno o all’altro di quello che è successo. In realtà i colpevoli son tutti e nessuno, poiché il gioco è stato talmente complicato che è impossibile trovare un responsabile di tutto, un arbitro del male. Infine ci sono quelli che dicono 4. sì è vero sono tutti colpevoli; è la nostra classe politica che ha fallito. Mi guardo in giro e in qualsiasi comunità del nostro Paese, piccola o grande che sia, trovo esattamente gli stessi meccanismi che vediamo in politica: piccole e grandi disonestà, malaccorta diffidenza, piccoli e grandi egoismi, ipocrisie e parole buone ma vuote. Se qualcuno ha fallito siamo noi italiani, non solo la classe politica, che è ottimo specchio del Paese. La soluzione di tutto questo? Molto semplice, una rivoluzione radicale e tremenda: cominciare a usare la ragione, invece che le viscere.

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ANDARE A VOTARE PURTROPPO E’ IRRAZIONALE

 

Non conviene andare a votare, anche se uno spera che vinca il proprio partito.

  Il pp vince Il pp perde
Vado a votare u(ppv)-u(vv) u(ppnv) –u(vv)
Non vado a votare u(ppv) U(ppnv)

 

Questa è la tavola di decisione. Dove u è l’utilità, ppv=proprio partito vince, ppnv=proprio partito non vince, vv=vado a votare. In questo caso il nostro andare a votare ha un’influenza causale sui due possibili stati trascurabile, per cui la tavola si può usare senza utilizzare le utilità attese. E’ palese che la strategia “non vado a votare” è dominante. Per cui non andare a votare è razionale.

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BASTA CON IL PLUSVALORE

Ogni tanto salta fuori la presunta attualità della teoria del plusvalore di Marx. L’idea è molto semplice. Il valore di una merce sarebbe dato dal lavoro che in essa è impacchettato. L’operaio produce una merce impacchettando un certo valore-lavoro X nella merce. L’imprenditore rivende la merce a X, ma il salario dell’operaio è X-Y, per cui il profitto dell’imprenditore è basato sul plusvalore Y prodotto dall’operaio. Questo ragionamento non funziona per diverse ragioni. In primo luogo il valore di una merce non è dato dal lavoro che in essa è impacchettato, ma soprattutto dal suo valore marginale, cioè di fatto da quanto è disposto a pagare il compratore. Se io lavoro tre anni 10 ore al giorno per costruire una montagna di cartine di caramelle usate, ho impacchettato molto lavoro nel mio prodotto, ma dubito che qualcuno lo voglia comprare, per cui il suo valore è 0. In secondo luogo l’imprenditore di solito deve chiedere in prestito il capitale. E questo prestito, che comporta un rischio per il capitalista, per forza di cose va remunerato. Per cui da Y devi togliere il tasso di interesse Z. Inoltre l’imprenditore rischia di suo con l’impegno che mette nel realizzare la sua idea di impresa e in più mette in gioco la sua creatività e competenza che va senz’altro remunerata se vogliamo creare ricchezza.

Se la nostra intenzione è quella di pensare una società più giusta e più libera, basta con questi pensieri schiettamente reazionari!

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