Ricevo da Lilo e con grande piacere pubblico:
Kostandìnos Kavafis era nato ad Alessandria d’Egitto il 29 aprile 1863, e dopo una vita che più d’una volta lo trascina lontano dalla propria patria, trasferito a Londra, a Costantinopoli, a Parigi, ad Atene, ad Alessandria muore, nel giorno del suo settantesimo compleanno, il 1933. Proveniva da una famiglia molto agiata, che tuttavia subì, dopo la morte del padre nel 1870, un rovescio di sorte. Era ricca soprattutto di figli: ben nove, e Konstandinos vi era nato per ultimo. Intorno ai vent’anni risalgono la sua dedizione allo studio e alla poesia, che è in lui degna erede dei giganti-poeti della antica tradizione classica (da Omero a Callimaco), e le sue prime esperienze omosessuali. Nel 1932, un anno prima di morire, fu operato per un tumore alla gola, e l’operazione gli causò la perdita totale della voce. Ma questa grave mutilazione fisica (a ben pensarci, la stessa tradizione letteraria greca vuole che il poeta sia mutilo nel corpo: non era forse cieco, Omero?) non fu in grado di ottundere la sua energia di artista. La voce sopravvive, ancora oggi, alla morte, nelle sue poesie, che tutte furono rese note postume: in vita Kavafis non le aveva pubblicate mai.
Ne ho letto pochi giorni fa una raccolta, pubblicata nel 2007 dall’editore Passigli (Bagno a Ripoli, Firenze): con il testo greco a fronte, reca il titolo “Tra queste stanze buie”. C’è anche un sottotitolo: “Poesie morali”. La traduzione è di qualità alta, a mio parere, molto docile all’originale. Il traduttore, Tino Sangiglio, visiting professor di poesia neo-greca all’Università di Trieste, è nato a Salonicco, da madre greca, a ha già tradotto numerose opere di celebri poeti greci, come Seferis, Thèmelis, Rìtsos, Elìtis, Vassilikòs. C’è ne una tra le altre, tutte di grande intensità, che molto mi ha colpito, che è venuta così vicina al mio cuore da turbarmi. La vorrei condividere con gli amici che si incontrano in questo blog ricco di riflessioni aperte a tutto tondo sull’umano. Si intitola “Itaca”. E ciò che mi ha commosso è il senso forte di realtà che da essa trasuda, una realtà mi pare percepita come severa, sobria, non “di sogno”. Ora mi chiedo, e chiedo a tutti voi: che cos’è Itaca?
La trascrivo di seguito:
Se per Itaca ti metti in viaggio
Augurati che il cammino sia lungo,
pieno di avventure, colmo di esperienze.
Non temere i Lestrigoni e i Ciclopi
o l’irato Posidone:
non avrai questo genere d’incontri sulla tua strada
se il tuo pensiero resta alto e squisita
è l’emozione che t’invade il cuore e il corpo.
Non incontrerai i Lestrigoni e i Ciclopi
Né il grifagno Posidone
se non li porti dentro di te,
se la tua anima non te li mette davanti.
Augurati che il cammino ti sia lungo.
E siano tanti i mattini d’estate
quando toccherai –
con che gioia, con che allegria, –
porti mai conosciuti prima:
fermati negli empori dei Fenici
e compra belle mercanzie,
madreperle e coralli, ambre ed ebano,
e voluttuosi profumi d’ogni specie,
più che puoi di voluttuosi profumi.
Recati in molte città dell’Egitto
A imparare, a imparare dai sapienti.
Devi avere sempre nella mente Itaca.
Approdare lì è la tua sorte.
Ma non affrettare il viaggio.
Meglio che si prolunghi per molti anni;
e vecchio ormai getti l’ancora nell’isola,
ricco di quanto hai guadagnato per strada,
senza sperare che ti dia ricchezze Itaca.
Itaca ti ha donato il bel viaggio.
Non ti saresti messo in cammino senza di lei.
Non ha più nulla da darti.
E se anche la trovi povera, Itaca non ti ha illuso:
diventato così saggio con tutta l’esperienza che ti
sei fatto, ora avrai capito cosa vuol dire un’Itaca.
Questa bella poesia di Kavafis, che è anche il mio poeta neogreco preferito, mi fa ripensare a questo mio vecchio post.
Credo però che i Lestrigoni non siano solo dentro di noi, come sostiene l’idealista Kavafis, ma anche là fuori. Tuttavia è vero che “se il tuo pensiero resta alto e squisita
è l’emozione che t’invade il cuore e il corpo” sarà più facile affrontarli.