VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano

Maggio 15, 2008

ARISTOTELE E UN OMOMORFISMO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 1:09 pm

A seguito di una bella conferenza di Venanzio Raspa sulle celebri prime righe del De interpretazione di Aristotele mi sono venute in mente alcune riflessioni. Il grande filosofo afferma che i suoni stanno per le affezioni dell’anima, che sono uguali per tutti, le quali, a loro volta, sono immagini delle cose, anche queste ultime sono uguali per tutti. Si nota innanzitutto che il rapporto simbolico fra suoni e affezioni è arbitrario, ovvero molti-uno. Il rosso come affezione può essere indicato da “rosso”, “red”, “Rot” ecc. In secondo luogo i significati, che Frege e altri con lui hanno posto in un mondo separato rispetto a ciò che capita nella mente delle persone, invece stanno proprio lì. Ovvero le affezioni sono sia eventi mentali, sia qualcosa che è uguale per tutti. Come al solito, per Aristotele, le essenze sono immanenti. Infine quale è la relazione fra affezioni e cose? Venanzio notava giustamente che occorre una relazione molti-uno, mentre la stessa cosa può dare origine a diverse affezioni. Si pensi a una casa vista da davanti o da dietro, ad esempio. Questa relazione può forse essere interpretata alla luce del concetto matematico di omomorfismo. Facciamo un esempio semplificato. Sia l’insieme A dotato della relazione binaria RA e l’insieme B dotato della relazione binaria RB. Sia f una funzione che va da A a B: f è un omomorfismo se e solo se ogni volta che fra gli elementi a1 e a2 di A vale RA, allora fra gli elementi f(a1) e f(a2) di B vale la relazione RB. Un omomorfismo non richiede né che tutti gli elementi di B abbiano un’immagine di un elemento di A, né che ogni elemento di A abbia una diversa immagine in B. Se valessero anche queste due ultime proprietà, allora f sarebbe un isomorfismo. Possiamo allora dire che fra un’affezione dell’anima e la cosa che rappresenta è possibile costruire un omomorfismo, cioè una funzione che assegna a ogni elemento della cosa un elelmento dell’affezione in modo da preservarne la struttura relazionale. Tuttavia nell’affezione ci possono essere elementi del tutto non utilizzati dall’omomorfismo (elementi soggettivi, per così dire), e non è detto che la rappresentazione preservi la ricchezza della cosa (l’omomorfismo non è iniettivo). In questo modo si vede bene che l’affezione è sia qualcosa in più rispetto alla cosa (il contributo dell’anima), sia qualcosa in meno (è una rappresentazione parziale).

BUONISMO E ALTERITA’

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 12:36 pm

“La conquista dell’America” di Todorov è, come molti sanno, un libro straordinario, che ci racconta sui documenti le reazioni degli europei all’estrema alterità delle civiltà americane. In particolare, quando lo lessi, mi colpì una cosa. Sepulveda (non è il grande scrittore de “La gabbianella e il gatto”), feroce sostenitore della tesi della non umanità degli amerindi, colse con grande acume tutta la loro estrema diversità culturale rispetto agli europei. Per contro Bartolomeo de las Casas, noto per la sua denuncia - purtroppo tardiva - dello sterminio degli indigeni americani, li descrive in modo romantico e inesatto, dando origine a quel mito del buon selvaggio, che, passando per Rousseau, ancora perdura. Nonostante le sue buone intenzioni, non è chiaro se abbia fatto meno danni di Sepulveda.

Maggio 13, 2008

RELATIVISMO PERCETTIVO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 9:39 am

Si legge spesso che in diversi periodi storici o contesti culturali la percezione del mondo esterno può essere molto diffeente. Nel ‘500 non solo la gente credeva nelle streghe e nei sabba, ma li vedeva e li viveva effettivamente (Ginzburg). Foucault osserva che la malattia è stata percepita in passato in modo diverso. I medici nel ‘600, infatti, vedevano realmente la malattia uscire dal paziente in via di guarigione sotto forma di scorie di vario tipo. Noi in un profilo di una persona vista di lato riconosciamo l’intero viso, mentre chi non è abituato alle nostre convenzioni si chiede come mai abbiamo disegnato solo la metà della faccia. Tutto questo non ci deve far credere che il mondo cambi realmente a seconda di come lo interpretiamo. Abbiamo abbondanti conferme che la situazione generale del nostro pianeta non fosse molto differente 200 o 300 anni fa, oppure in Polinesia piuttosto che in Sicilia. Certo, sappaimo con Aristotele che il mondo esterno è costituito da sensibili, cioè entità che in relazione a persone in stati diversi si possono comportare diversamente. Ma questo è ovvio. Il fatto che lo stesso vino a me appare dolce e a te amaro non significa che ci siano due tipi di vino, ma semplicemente un unico tipo che si comporta in maniera diversa in contesti diversi. E’ chiaro che la nostra educazione può portarci addirittura a vedere i fantasmi, ma questo non significa che ci siano i fantasmi. E’ anche vero che lo stesso disegno, come il cubo di Necker, può essere interpretato visivamente in modi diversi. Ma comunque è lo stesso disegno. Oltretutto, benché al livello di corteccia visiva possono accadere molte cose che cambiano la nostra interpretazione di ciò che vediamo, l’informazione recepita dalla retina e semplificata e trasmessa dal genicolato laterale alla corteccia è fissa, per cui, da un punto di vista neurologico ha abbastanza fondamento l’idea che ci sia una struttura primitiva della percezione che è abbastanza simile all’oggetto, che poi può essere interpretata in modi diversi.

LA SCIENZA SECONDO GALIMBERTI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 7:06 am

Nel dibattito filosofico sull’uomo in Italia negli ultimi anni è riscontrabile una contrapposizione che si basa probabilmente su una inadeguata epistemologia delle scienze naturali. Da un lato autori come Galimberti, “Il corpo”, parlano della scienza usando l’articolo determinativo, come fosse una cosa sola e unitaria e anche come fosse qualcosa che procede di per sé indipendentemente dagli uomini. Viene da dire, facendo il verso ad Antistene il cinico, “Caro Galimberti, vedo gli scienziati, ma non la scienza”. Comunque, l’insieme delle teorie naturalistiche produce una conoscenza parziale e fallibile dell’uomo: teoria dell’evoluzione, biologia molecolare, neurofisiologia ecc.  E’ chiaro che chi sostiene che  ciò che emerge da questi modelli è l’uomo commette un errore categoriale. L’uomo non è fatto di molecole, l’uomo non è il prodotto dell’evoluzione biologica, il pensiero umano non è il risultato dell’attività dei neuroni.  Nessuna seria teoria scientifica si avventurerebbe in simili affermazioni del tutto metafisiche.  Invece si può dire che aspetti importanti dell’uomo possono essere spiegati in termini molecolari, come l’ereditarietà o il diabete.  Inoltre molte strutture biologiche dell’uomo sono riconducibili nell’ambito di un modello selezionista. Infine in alcuni casi si possono trovare vere e proprie spiegazioni neurologiche di alcuni aspetti semplici della nostra soggettività. Dunque l’alter ego di Galimberti è il materialista che scambia la parziale conoscenza dell’uomo prodotta dalla biologia con la totale realtà dell’uomo stesso. Galimberti nota che con Platone e poi ancor più con il Cristianesimo si ha una separazione netta fra anima e corpo, in modo che quella che è di fatto un’ambivalenza diventa una vera e propria bivalenza. E questo nonostamte Aristotele, che invece aveva riproposto l’unità fra anima e corpo. Questo è vero ed è anche vero che con Cartesio questa bivalenza viene del tutto ipostatizzata. Ma la scienza moderna c’entra assai poco con tutto questo. La scienza si basa su una semplificazione, come nella famosa barzelletta dei polli sferici. Il fisico è in grado di risolvere l’epidemia che sta falcidiando l’allevamento di polli del contadino solo però ipotizzando che i polli siano sferici! Arriva poi il Galimberti di turno che osserva “Oh ma questi polli mica sono sferici!” Certo capita spesso che lo sceinziato scambi il suo modello per la realtà tutta, ma questo è un suo errore, non è essenziale alla conoscenza scientifica dell’uomo. Si tenga anche conto che le interessanti analisi della soggettività prodotte da Galimberti non sono l’uomo. Anche esse infatti sono delle semplificazioni e delle visioni parziali.

Maggio 11, 2008

IL LIBRO NERO DEGLI UOMINI

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 8:51 pm

Qualche anno fa hanno avuto grande successo i due volumi “Il libro nero del comunismo” e “Il libro nero del capitalismo” che elencavano impietosamente le barbarie compiute in nome del primo e quelle commesse dai grandi interessi che hanno sotteso l’avvento e lo sviluppo del secondo. Qualcuno oggi dovrebbe forse scrivere, e sarebbe più interessante, “Il libro nero degli uomini”, che racconterebbe le efferatezze che tutti stiamo realizzando nei confronti dell’embiente che ci circonda.

KANT E L’UNIVERSO INFINITO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 8:47 pm

Parlando con Lilo mi sono chiarito un punto che riguarda le antinomie cosmologiche nella dialettica di Kant. Due enunciati si dicono “contraddittori” se l’uno è vero e l’altro è falso. Sono invece “contrari” se possono anche essere tutti e due falsi, ma non sono mai tutti e due veri. Così “Carlo è zoppo” e “Carlo non è zoppo” sono contraddittori, mentre “Carlo è biondo” e “Carlo è moro” sono contrari. Kant ci dice che i due enunciati cosmologici “l’universo è spazialmente infinito” e “L’universo è spazialmente finito”, che d’acchito sembrano contraddittori, in realtà sono contrari, perché nessuno dei due è vero. In effetti prima facie la cosa è strana, perché sembra che le coppie di predicati legati da una negazione diano sempre origine a coppie di enunciati contraddittori. “Marco è biondo”, ad esempio, e “Marco non è biondo”. Questo però è vero per quelle coppie di predicati che si riferiscono a proprietà molto concrete, mentre le cose cambiano quando passiamo a coppie di predicati molto più astratti come appunto “finito” e “infinito”. Queste coppie lasciano, per così dire, molto più spazio di manovra. Sappiamo infatti che Kant aveva ragione, in quanto con le geometrie non euclidee, Einstein ha potuto distinguere due sensi di infinità spaziale, uno metrico e uno topologico. L’universo sarebbe infinitamente grande dal punto di vista metrico se data una qualsiasi distanza grande a piacere fosse sempre possibile trovare due suoi punti che sono più distanti, per contro un universo è infinito da un punto di vista topologico o illimitato, se è possibile muoversi in esso lungo una geodetica in modo indefinito. Stando alle ipotesi cosmologiche più recenti, che comunque sono altamente rivedibili, l’universo sarebbe finito ma illimitato. Kant aveva dunque capito che il problema era posto male.

LA DISUGUAGLIANZA DI BELL

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 5:18 pm

Come aveva notato già Einstein nel 1935, poi ribadito con ancor maggiore perspicuità da David Bohm nel 1951, la meccanica quantistica prevede che esistono coppie di particelle che interagiscono e poi si distanziano enormemente e, se misuri la proprietà A sulla particella 1, puoi prevedere deterministicamente il valore della quantità A sulla particella 2, che è a enorme distanza. La relatività ristretta impedisce che ci sia un’azione istantanea della misura su 1 a caricodella 2, per cui diventa ragionevole supporre che, al momento del distacco, il valore di A delle due particelle sia già determinato. Però secondo la meccanica quantistica questo non è vero. Allora molti hanno sostenuto che la teoria fosse incompleta. A metà degli anni 60 è arrivato Bell, che ha messo a punto una disuguaglianza che, se violata, comporta l’impossibilità che le due particelle abbiano il valore di A già determinato nel momento in cui sono vicine. Alla fine degli anni 70 Aspect hanno dimostrato che la disuguaglianza di Bell è empiricamente violata e proprio come previsto dalla teoria quantistica. Questo sembra implicare che la teoria non è incompleta. Tuttavia questa strana correlazione istantanea a distanza, pur non violando propriamente la relatività, è molto enigmatica.

Maggio 8, 2008

LE PARTICELLE ELEMENTARI

Archiviato in: LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:36 pm

Eugenio, mio ex-allievo, e adesso mio maestro, mi ha dato da leggere “Le particelle elementari” di Michel Houellebecq. L’autore è un grosso coglione, dotato di un notevole talento intellettuale e narrativo, che avrebbe potuto portarlo a scrivere un capolavoro e invece ne è venuta fuori una cosa molto divertente e che fa pensare, ma che alla fine è come un pompino senza ingoio. Questo è lo stile di Houellebecq. Comunque il mio problema, le poche volte che provo a leggere narrativa contemporanea, è che, anche se quello che leggo è divertente o interessante, raramente ho la sensazione di imparare qualcosa. Alla letteratura chiedo non solo piacere, ma anche conoscenza. E allora non capisco perché dovrei perdere tempo con l’ultimo scrittore di moda, che sia McEwan o Yehoshoua, quando non ho ancora avuto il tempo di leggere la Lisistrata di Aristofane, o La certosa di Parma di Stendhal. Tanto con quelli sono sicuro di imparare qualcosa. In ogni caso il romanzo è notevole. Un po’ troppe scene di sesso per intrattenere il lettore, però certo che la denuncia di alcuni aspetti della società europea contemporanea e i riferimenti ai fondamenti della meccanica quantistica, alla psicologia dell’età evolutiva, all’etologia, alla biochimica, fino alla finale redenzione e superamento del genere umano tramite la biotecnologia hanno molto fascino.

UN ANTIDOTO ALL’OMEOPATIA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 4:18 pm

L’omeopatia dilaga nelle nostre società, benché sia noto che, dal punto di vista farmacologico, è del tutto inefficace. Essa alleggerisce le tasche dei cittadini, che vengono così turlupinati. Molti osservano, però, che ha una certa efficacia terapeutica, che può essere con ogni probabilità spiegata con l’effetto placebo. Inoltre l’omeopata segue con maggiore attenzione il malato - è sul mercato, non come i medici di base, fra i quali non sussiste di fatto concorrenza - lo ascolta e lo consiglia. Questa attenzione umana ha senz’altro un parziale effetto terapeutico. C’è tuttavia forse un altro fattore che spiega in parte questo rivolgersi dei pazienti all’omeopatia. Fondata da Heinemann alla fine del Settecento, essa riprendeva il vecchio concetto di Paracelso, secondo cui il simile si cura con il simile, aggiungendovi però l’idea che l’immensamente piccolo può avere effetti immensamente grandi e un’attenzione globale per il paziente e la malattia, che si contrapponeva decisamente al carattere sempre più analitico che la medicina stava cominciando a intraprendere proprio in quegli anni. Il paziente non è un corpo, ma un soggetto. E questo purtroppo nella pratica medica del sistema sanitario nazionale viene spesso trascurato, forse per scarse risorse, ma anche per un male impostato rapporto fra medico e paziente. In questa lacuna lasciata dal SSN si insinua l’omeopatia, con la sua maggiore attenzione alla psicologia del paziente. Ma c’è di più. Quando all’inizio dell’800 Laennec introdusse lo stetoscopio, forse il primo strumento endoscopico nella storia della medicina, esso andò incontro a una forte diffidenza, non solo da parte dei medici, ma anche da parte dei pazienti. Qualcosa si frapponeva al diretto rapporto fra il malato e il terapeuta. Inoltre il lungo processo che ha portato dalla medicina delle erbe - i cosiddetti “semplici” - a quella dei principi attivi, ovvero ha disaggregato l’analisi ippocratica nei termini di quattro umori, facilmente descrivibili e visibili, in una miriade di sostanze invisibili, i farmaci e i metaboliti del corpo umano, ha portato il paziente di fronte a un’astrazione e idealizzazione radicale del modello di spiegazione del corpo e della terapia. Infine l’interventismo della chirurgia, quasi sempre praticata in anestesia totale, cioè su un corpo fenomenologicamente privato della sua vitalità, ha messo il paziente di fronte a un profondo senso di estraneazione. Come diceva Husserl nelle prime pagine della sua ultima grande opera, La crisi, la scienza moderna, che si avvale di concetti astratti e ideali, è lontana dal nostro mondo-della-vita. Per superare la crisi epocale in cui ci troviamo, dobbiamo riappropiarci dei processi di astrazione e di idealizzazione che sono alla base delle concettualizzazioni scientifiche. Forse se nella formazione del cittadino facessimo maggiore attenzione a questi processi e tematizzassimo tali legami con il mondo-della-vita, allora la diffidenza di fronte alle procedure della moderna medicina sperimentale in parte diminuirebbe.

LE CORRELAZIONI STATISTICHE INESPLICATE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA, FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 9:20 am

Per secoli l’uomo ha osservato che negli ambienti paludosi, come l’agro pontino, si diffonde una febbre cronica e debilitante, che non a caso è stata chiamata “malaria”. Tanto che, ad esempio, il medico romano Giovanni Maria Lancisi, ben prima della scoperta dell’anofele e del plasmodio, ipotizzava un meccanismo causale fra le zanzare che proliferano nell’Agro e la malattia. Proponendo quindi di sanare la zona procedendo a un suo prosciugamento. Questa storia mi fa riflettere, ancora una volta, sulle correlazioni statistiche osservate e la loro spiegazione. Normalmente, quando abbiamo a che fare con una correlazione statsistica, non ci riteniamo ancora scientificamente soddisfatti. Pensiamo infatti che debba sussistere o una causa comune nel passato, oppure una causazione diretta. Emblematico in questo senso il caso della violazione sperimentale della disuguaglianza di Bell, che conferma l’esistenza di una correlazione statistica che, né ha una causa comune nel passato, né una causa diretta e perciò conserva qualcosa di misterioso. Anche perché i due fenomeni correlati sono assolutamente simili, anzi sostanzialmente uguali. Caso un po’ diverso è quello della massa di correlazioni statistiche ritrovate dalle moderne tecniche di brain imaging fra stati mentali e stati neurofisiologici. Anche qui, come nel caso della malaria e delle paludi, alcuni sostengono che esista un meccanismo causale che porti dai secondi ai primi. Tuttavia tale tesi è ben più misteriosa di quella di Lancisi, data la forte disomogeneità fra i fenomeni correlati. Di fronte a questo Leibniz aveva invece cercato una causa comune nel passato, cioè il Dio orologiaio che avrebbe “puntato” i due diversi e indipendenti processi mentale e fisico in modo da creare artificialmente questa regolare concomitanza. Resta una terza possibilità, quella di Spinoza o del monismo neutrale o delle teorie dell’identità più sofisticate, cioè che si tratti di due facce della stessa medaglia.

FRACASTORO E LE ENTITA’ TEORICHE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 7:59 am

Nella storia del pensiero scientifico sembra che restino più le tesi degli argomenti portati dagli autori a favore di quelle tesi. Democrito era atomista, si dice, aveva visto giusto 2000 anni prima di Perrin! Oppure, Fracastoro aveva visto trecento anni prima di Pasteur e Koch che il contagio avviene mediante vettori microscopici. E gli esempi sono innumerevoli. In realtà, come sappiamo, un’ipotesi si consolida quando è sostenuta da una buona giustificazione che sopravvive alla forza corrosiva della critica. Quello che mi interessa come filosofo non è tanto se Democrito o Fracastoro avevano sostenuto la tesi corretta, ma come questa tesi veniva giustificata. Ciò che conta veramente, infatti, alla lunga, è il tipo delle argomentazioni. E’ il genere di argomentazione che è veramente innovativo, non tanto la tesi sostenuta. Non ho ancora potuto vedere, ad esempio, il De contagione di Fracastoro, ma quello che mi interessa non è tanto che Fracastoro ci avesse preso, quanto come aveva argomentato a favore dell’esistenza di questi vettori microscopici e inosservabili. Mi chiedo, il suo ragionamento può essere paragonato a un proto-metodo ipotetico-deduttivo? Ovvero a una prima introduzione di entità teoriche osservativamente giustificata e non semplicemente platonicamente ipotizzata come nel Timeo?

Maggio 4, 2008

L’UTILITARISMO E L’OTTIMISMO DELLA VOLONTA’

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE, FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 9:30 pm

E’ spesso citata la frase di Gramsci “il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà”, il cui senso è legato alla famosa tesi su Feuerbach di Marx, secondo la quale i filosofi fino a oggi si sono limitati a conoscere il mondo ed è giunta l’ora di cambiarlo. E’ questo per sommi capi il concetto di prassi, in accordo con il quale, in un certo senso, solo agendo si arriva a capire come stanno le cose. E’ senz’altro vero che certe cose si comprendono solo facendole, in conformità con il detto vichiano del “verum factum convertuntur”, tuttavia questa non può essere una buona politica, soprattutto quando le nostre azioni potrebbero avere conseguenze tragiche. E’ anche vero che pianificare troppo prima di agire è abbastanza inutile, dato che le conseguenze inintenzionali delle nostre azioni troppo spesso prendono il sopravvento rispetto ai risultati previsti che riusciamo ad ottenere. Comunque in un senso la frase di Gramsci è condivisibile: se prima di ogni nostra azione facessimo una valutazione costi-benefici, quasi sempre il risultato sarebbe negativo o ben che vada nullo, per cui, da un punto di vista utilitaristico, prima facie sembrerebbe che non vale mai la pena di agire. Ciò ci porterebbe alla totale inedia. Ma questo conto è sbagliato, perché noi uomini proviamo piacere anche solo nel fare senz’altro, piuttosto che nel non fare, per cui alla fine, se aggiungiamo questo ulteriore fattore, i conti tornano e talvolta vale la pena agire. Solo così riesco ad accettare l’ottimismo della volontà.

IL PRIMO MAGGIO E GLI INTELLETTUALI IPOCRITI

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, POLITICA — viverestphilosophari @ 9:05 pm

E’ appena trascorso il Primo Maggio, giustamente all’insegna delle morti bianche, tipo quelle tragiche e recenti della Thyssen-Krupp. Si tratta, come è noto, di un’ecatombe: più di mille morti l’anno e innumerevoli feriti, la maggior parte dovuti al mancato rispetto delle norme di sicurezza. Denunciare questa tragedia è senz’altro doveroso. Devo però esprimere un dubbio. L’intellettuale che lavora nella CGIL o milita nella sinistra non può pretendere di essere il portavoce dell’esercito di poveracci che soffrono questo dramma. Sembra qui giocare la vecchia idea leninista dell’avanguardia del partito, dei pochi, che sanno quale sia il bene dei tanti. Oppure l’ideale gramsciano dell’intellettuale organico a una certa classe sociale. Credo che l’intellettuale sia intellettuale e basta e non sia colui che sale sui ponteggi senza sicurezza, rischiando di ammazzarsi. Mi sembra che il compito dell’intellettuale non possa essere quello di farsi il portavoce della sofferenza di queste persone. Piuttosto è quello di andare sotto i ponteggi e vedere se è possibile convincere quegli operai, che a migliaia lavorano sfruttati in condizioni di pericolo, a rifiutarsi di non rispettare le norme di sicurezza. Fatto questo gli intellettuali possono tornare fra le loro scartoffie. Saranno poi loro dai ponteggi che semmai arriveranno a dar voce alla protesta rispetto alla loro condizione di sofferenza.

GLI ARABI COME TRAGHETTATORI

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 8:53 pm

A scuola negli anni ‘70 ci insegnavano che culturalmente gli arabi avevano solo trasmesso e conservato il sapere greco, per riconsegnacelo nel tardo medioevo più o meno uguale a come l’avevano trovato. Dopo di che da lì la cultura europea era ripartita mettendo a punto nuove importanti rivoluzioni. Oggi, invece, chiunque si occupi di cultura araba inizia negando quell’affermazione, che certamente appare ingenerosa rispetto alla grande civiltà dell’Islam dall’VIII al XIII secolo. Io non conosco la cultura araba, è comunque chiaro che la filosofia, la logica, la storiografia e la medicina greca vengono  rielaborate all’interno del mondo islamico in modo del tutto peculiare. Ciò malgrado in un senso quella vecchia affermazione politicamente scorretta sembra ancora valida: la successiva cultura europea, dal XIV secolo a oggi ha preso dalla cultura araba soprattutto il retaggio greco. Ovvero gli arabi hanno certamente rielaborato la tradizione ellenica, ma di quella rielaborazione a noi è passato ben poco.

IL SUCCESSO SECONDO CHURCHILL

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 8:43 pm

Non so se è vero, ma da qualche parte ho letto che Churchill diceva che il successo è passare da un fallimento all’altro con entusiasmo. Questa definizione della nozione di “successo” mi piace particolarmente, perchè è l’unica secondo la quale posso dire di avere avuto successo!

LEOPARDI E I MALA TEMPORA

Archiviato in: FILOSOFIA POLITICA, LETTERATURA — viverestphilosophari @ 8:41 pm

Tutti gli studenti delle scuole secondarie italiane devono studiare la distinzione fra un giovane Leopardi  influenzato da Rousseau e caratterizzato dal cosiddetto “pessisismo storico” e il Leopardi più maturo che raggiunge invece il concetto della “natura matrigna” e quindi il “pessimismo cosmico”. A prima vista sembrerebbe che la prima prospettiva sia più aperta e positiva della seconda. In realtà le cose non stanno così, perché il pessimista storico passa la sua vita a denigrare i suoi contemporanei, convinto che siano particolarmente malvagi, con frasi del tipo “mala tempora currunt”. E questo è oggi uno sport nazionale sui quotidiani e alla televisione specialmente nella sinistra. Questo atteggiamento deriva da un’antropologia sostanzialmente sbagliata, messa in circolazione da Spinoza e Rousseau e ampiamente ripresa dal marxismo, secondo la quale gli uomini, se messi nella condizione giusta, potrebbero essere buoni. E’ vero che la guerra e l’universo concentrazionario fanno sì che l’uomo esprima le parti peggiori di sé, tuttavia, a parte casi limite di questo tipo, l’uomo è in generale sempre lo stesso e cioè né particolarmente buono nè particolarmente cattivo. Quindi il pessimista storico passa il suo tempo a sparlare del presente e dei suoi concittadini. Un’antropologia sostanzialmente pessimista, come quella di Leopardi, invece, è la premessa del grande disegno di solidarietà che il poeta saprà esprimere nella Ginestra. Ovvero una corretta analisi della natura umana porta con sé una visione molto più disponibile e solidale con i propri compagni di viaggio.

IL GIURAMENTO IPPOCRATICO IERI E OGGI

Archiviato in: FILOSOFIA MORALE, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 8:23 pm

Spesso lo storico ricostruisce una situazione a partire da ciò che i protagonisti hanno raccontato. Ad esempio, il medico ippocratico come viene descritto nel Corpus Ippocraticum. Ne emerge un’immagine decisamente distorta. Anche tutti i medici contemporanei devono pronunciare il celebre giuramento ippocratico, ma non per questo nella pratica lo seguono, come purtroppo sappiamo. Ad esempio, dovrebbero curare gratuitamente gli indigenti con lo stesso impegno con il quale curano a pagamento i ricchi! Non credo che i medici del IV secolo a.C. fossero molto migliori dei nostri contemporanei. E’ però certo che chi ha introdotto per primo quelle regole è portatore di un merito immortale, perché da allora in poi chi le viola perlomemo sa che sta commettendo qualcosa che la comunità disapprova.

Aprile 27, 2008

I GABBATI DEL CENTRODESTRA

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 8:54 pm

Ho passato alcuni giorni con una simpatica famiglia del Nord, i cui membri, tutti, hanno votato a destra, nonostante il fatto che si tratta di persone che hanno un reddito medio-basso, per cui saranno senz’altro svantaggiate dal governo Berlusconi rispetto a quanto sarebbe potuto succedere con un eventuale governo Veltroni. Questo è un esempio di quella che è stata chiamata la “questione settentrionale”. Chiunque sappia un po’ di economia e conosca un poco la situazione internazionale ha chiaro che, per quanto i governi di centro-sinistra siano di certo un po’ inetti, il Paese Italia nel suo complesso perde meno - per non dire guadagna di più - da un governo dell’attuale centro-sinistra rispetto all’attuale centro-destra. Questo non è un fatto assoluto, poiché una vera destra, cioè liberale come la Tatcher, avrebbe potutto essere nel complesso un beneficio, in quanto capace di liberare almeno in parte la nostra economia dalla morsa neocorporativa che la attanaglia. Roba tipo le famose e non riuscite “lenzuolate” di Bersani. Posso però capire che i miei amici orefici o dentisti votino a destra, perché ne hanno un chiaro tornaconto economico. Più difficile è comprendere come mai persone laboriose e per bene con pochi soldi in tasca votino Berlusconi, che senz’altro nei prossimi anni le danneggerà ulteriormente riuspetto a quanto ha già fatto nei suoi precedenti governi. Probabilmente non è una questione di istruzione. Mio suocero, che credo abbia la terza elementare, quando ascolta Berlusconi che afferma di togliere l’ICI sulla prima casa, commenta laconico che, dopo averla tolta o metterà un’altra tassa o toglierà anche un servizio gratuito ai cittadini. Come mai tanta gente si fa gabbare in questo modo straordinario? Credo che giochino almeno due elementi: in primo luogo in questi luoghi di forte e diffusa imprenditoria individuale, nei quali comunque molti hanno raggiunto un relativo benessere, quando si guarda il ricco non si pensa che non è giusto che egli stia molto meglio, ma si pensa: “beh, potrei forse riuscirci anche io”. Che è un’idea tutt’altro che dannosa, rispetto all’altra piena di risentimento, anche se un po’ troppo individualista. Da noi in Emilia una tradizione di cooperative, di scuole pubbliche dell’infanzia ecc. ha creato un tessuto sociale decisamente più coeso. In secondo luogo, molti nel Centrosinistra hanno sottovalutato la presenza ingombrante di Mediaset che lavora sull’immaginario delle persone quotidianamente scavando nel loro inconscio e modulando la loro percezione del presente e del futuro. Possibile che ben tre governi di centrosinistra non hanno eliminato il monopolio Rai e Mediaset, che è un grave attentato alla fragile democrazia italiana? Questo errore funesto non me lo so proprio spiegare.

Aprile 24, 2008

NON SAPERE DI ESSERE CIECHI

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA, FILOSOFIA MORALE — viverestphilosophari @ 9:43 pm

Nel nostro campo visivo c’è un punto cieco che corrisponde al luogo dove si innesta il nervo ottico, che veicola l’informazione raccolta dalla retina trasmettendola poi alla corteccia visiva attraverso il genicolato laterale. Ciò nonostante noi non ce ne accorgiamo, a meno che non spostiamo opportunamente una piccola macchia colorata su sfondo bianco in modo da centrare il punto cieco della retina, cosicché quando la macchia entra nella zona cieca scompare e vediamo il foglio come se fosse tutto bianco. Ovvero succede che non ci rendiamo conto di essere ciechi in quel punto, ma “estrapoliamo” quello che sta intorno completandolo ommogeneamente. Questo è un elemento tragico della condizione umana, poiché non solo siamo ciechi in quel punto della retina, ma siamo anche inconsapevoli della nostra cecità. In generale, purtroppo, ci capita spesso che non solo non comprendiamo qualcosa del mondo circostante, sia umano che materiale, ma neanche sappiamo di non sapere, cioè abbiamo come la sensazione che stiamo capendo tutto ciò che c’è da capire. Forse per questo filosofi come Leibniz hanno sostenuto che ognuno di noi è come una monade senza porte né finestre. Comunque resta il fatto che non è del tutto impossibile rendersi conto che stiamo compiendo un’estrapolazione semplificatrice, come nel caso del punto cieco del campo visivo. Innanzitutto dobbiamo stare sempre all’erta e diffidare della nostra sensazione di sicurezza. Non troppo, certo, perché altrimenti la nostra vita diventerebbe impossibile. Inoltre in certe situazioni particolari, alcuni indizi ci possono suggerire la nostra incapacità di capire o di vedere.

Aprile 20, 2008

IL PROCESSO A DIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE — viverestphilosophari @ 10:13 am

Ci sono tante versioni della straordinaria storia di Giobbe, dall’omonimo e bellissimo romanzo di Joseph Roth alla messa in prosa di Giorgio Fano del testo biblico nell’appendice al suo saggio “Teosofia orientake e filosofia greca”. In particolare ce ne è una che mi ha sempre divertito molto. La usavo spesso a scuola per introdurre le riforme illuministe nella seconda metà del Settecento, in particolare l’Editto di Tolleranza di Giuseppe II nell’Impero austroungarico del 1781. A Lisenk viveva un certo Mojshe Wolf che aveva una figlia vogliosa di sposarsi, ma che non riusciva a trovare i 400 talleri che l’imperatore chiedeva agli ebrei per poter celebrare un matrimonio. Allora Mojshe si rivolse a Rabbi Reb Melech e chiese di poter accusare il Signore. il Rabbi, dapprima perplesso, si rese poi conto, consultando le Scritture, che il processo era motivato. Riunì dunque il tribunale e ascoltò l’accusatore. Non c’era però bisogno di ascoltare Dio, che si era già espresso nelle Scritture. Il Rabbi chiese poi ai due di abbandonare l’aula, perché il Consiglio doveva dibattere e giudicare. Mojshe uscì, mentre Dio, essendo onnipresente non poteva allontanarsi, e questo fu per lui un’aggravante. Dopo una disamina meticolosa, il tribunale - il cui giudizio è inappellabile - diede ragione a Mojshe e impose al Signore di tutti i mondi di accogliere benevolmente le umilissime richieste di Mojshe. In effetti tre giorni dopo la memorabile sentenza Giuseppe II emanò l’Editto di Tolleranza che aboliva la tassa dei matrimoni per gli ebrei e molte altre vessazioni. (Da Jiri Langer, “Le nove porte”, Adelphi, pp. 123ss.)

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