E’ facile indignarsi ascoltando la telefonata fra Schettino e il Capitano a terra. Si sentono reazioni del tipo: “Non era adatto a quel compito”, “E’ un codardo”. “Una vergogna per l’Italia”. Ecc. Non c’è dubbio che Schettino ha sbagliato. Doveva rimanere sulla nave. Non dico essere l’ultimo a scendere, ma comunque di certo non essere il primo ad abbandonarla. Io però onestamente non so che cosa avrei fatto al posto suo. Mi sembra di aver capito che le probabilità di esplosione in una situazione del genere sono molto alte. Per fortuna non si è veificata, ma il fatto che il carburante non sia esploso non significa che non fosse molto probabile. Ognuno dovrebbe farsi questa domanda: se io fossi sulla nave e sapessi che la possibilità che esploda e muoriamo quasi tutti è molto alta, rimarrei o scapperei come posso? Io non saprei rispondere. La tentazione di fuggire penso sarebbe molto grande. “Ah ma lui è il capitano!” Sì sarà il capitano, ma sarebbe diventato il capitano morto, comunque. La nave non era una corazzata che difendeva la patria. “Ah ma non doveva avvcinarsi”. Sì ma si sa che una delle cose che piace di più ai passeggeri delle crociere è proprio avvicinarsi alle piccole isole, pratica nella quale mi dicono che Schettino fosse un virtuoso. A me viene da pensare che questo linciaggio mediatico non sia molto edificante. sarebbe stato meglio che quella telefonata fosse andata solo in mano agli inquirenti. E chi la ha diffusa andrebbe punito. E chi è senza peccato scagli la prima pietra!
ORARIO II SEMESTRE
Ecco Orario, Aule e ricevimento del secondo semestre per la Laurea Magistrale di Filosofie della conoscenza, della morale e della comunicazione a Urbino.
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IL PROBLEMA DELLA GRANA
Da Sellars in poi, fino a Lockwood, in filosofia della mente circola un argomento che meriterebbe maggiore attenzione, cioè il cosiddetto “grain problem”, ovvero “il problema della grana”, che non è quello tipico del ceto medio, ma qualcosa di più astratto! Proviamo a formularlo così. Il cervello funziona in modo estremamente complesso. Vale la pena ricordare che spesso un neurone ha migliaia di dendriti in entrata, ma un solo assone in uscita che però si può ramificare. La forza della sinapsi inoltre, oltre a poter essere rafforzata con ramificazioni, dipende dal bagno di neurotrasmettitori che la circonda.
A questo punto assumiamo il fisicalismo minimale, cioè la tesi secondo cui non possono esistere due situazioni mentali diverse senza che ci sia anche una differenza neurofisiologica.
Assumiamo inoltre che le proprietà della coscienza siano determinate solo dal fatto che i neuroni si attivino o meno. Chiamiamo questa ipotesi “Informazionalismo”.
Esaminiamo ora che cosa accade mentre guardiamo un’immagine su un buon monitor. L’informazione digitale che arriva alla scheda grafica del monitor viene decodificata in modo che a ogni pixel viene assegnato un colore. Se il file che contiene l’immagine è sufficientemente grosso, noi non vediamo i pixel, perché i zig-zag che comparirebbero nei confini fra due colori sono troppo piccoli. Inoltre, benché l’informazione è discreta lo spazio fisico su cui viene spalmata è continuo, per cui i pixel piastrellano perfettamente lo spazio fisico.
Immaginiamo ora che cosa succede nella nostra corteccia visiva. Alcuni neuroni si attivano e altri no. Tale stato determina le proprietà della nostra visione (fisicalismo minimale). Se vale l’informazionalismo, la nostra visione sarebbe per forza sempre pixelata, perché noi non abbiamo nella nostra coscienza uno spazio continuo su cui proiettare i pixel.
Questo significa che se vale il fisicalismo, allora l’informazionalismo è falso. Ovvero la nostra coscienza deriva non solo dall’attivazione o meno dei neuroni, ma anche dai potenziali che scorrono nelle ramificazioni dendritiche.
Non solo per questi potenziali deve valere un principio di non numerabilità. Ovvero se la loro struttura fosse rappresentabile in termini informazionali, allora saremmo da capo. la nostra coscienza deve dipendere da proprietà legate alla non numerabilità degli stati continui del nostro cervello.
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LA DITTATURA DEL PROLETARIATO
Nella storia del marxismol’espressione “dittatura del proletariato” ha avuto un triste ruolo. Il luogo classico è la critica di Marx al Critica al programma di Gotha, elaborato dai lasalliani nel 1875, dove si legge “Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.”
Detto per inciso. Leggendo gli scritti del marxismo militante, da Marx a Lenin fino a Gramsci, viene in mente quella esilarante scena di “Brian di Nazareth” dei Monty Piton, in cui uno dei capi di una delle tante fazioni che vogliono liberare la Giudea dai romani, chiede “Chi è il nostro nemico?” e gli affiliati additano in coro un’altra fazione, invece dei romani, come sarebbe normale. In effetti nei tre testi che esamineremo Marx attacca violentemente Lasalle, Lenin e gramsci le forme di socialdemocrazia.
L’idea della dittatura del proletariato non avrebbe nulla a che fare con le tragiche esperienze di Stalin, Mao e Pol Pot, nel senso che non è una dittatura, ma il prevalere con la forza dei molti oppressi sui pochi oppressori.
Questo concetto viene ampiamente ripreso da Lenin durante la Rivoluzione russa. Vedi ad esempio lo scritto Dittatura e democrazia del 1918: “Solo la dittatura del proletariato può emancipare l’umanità dall’oppressione del capitale, dalla menzogna, dalla falsità, dall’ipocrisia della democrazia borghese, che è la democrazia per i ricchi, e instaurare la democrazia per i poveri, cioè rendere effettivamente accessibili agli operai e ai contadini poveri i benefici della democrazia, che restano oggi (pesino nella repubblica – borghese – più democratica) inaccessibili di fatto alla stragrande maggioranza dei lavoratori.”
Il problema è che già in Lenin si fa avanti l’idea che comunque occorre una avanguardia che guidi le masse. Questo lo ritroviamo in diversi suoi scritti da Che fare del 1902 a Stato e rivoluzione del 1917. Ne segue che la dittatura del proletariato nel concreto agire di Lenin si trasforma in dittatura tout court. E abbiamo visto dove portano tutte le dittature chi più chi meno.
Questo concetto viene recepito pienamente anche da Gramsci sull’Ordine nuovo nel 1919, in un articolo intitolato Democrazia operaia: ” La formula “dittatura del proletariato” deve finire di essere solo una formula, un’occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria. Chi vuole il fine, deve volere anche i mezzi. La dittatura del proletariato è l’instaurazione di un nuovo Stato, tipicamente proletario, nel quale confluiscono le esperienze istituzionali della classe oppressa, nel quale la vita sociale della classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato.” Ecco nel pensiero di Gramsci il dado è definitivamente tratto, “chi vuole il fine deve volere anche i mezzi”! Dal punto di vista morale questa chiara espressione del machiavellismo è del tutto sbagliata. Io posso volere che mia figlia venga ammessa ad Harvard, ma se l’unico mezzo per ottenere questo risultato è quello di corrompere la commissione per l’ammissione, allora io non voglio anche i mezzi.
Questa recezione del machiavellismo è stata la tragedia del Comunismo europeo e non solo, che ha trasformato un’istanza di giustizia di importanza capitale per la nostra storia in una tragedia. E purtroppo dentro il PD e anche in molte altre parti della sinistra italiana quel machiavellismo è l’unica cosa che è sopravvissuta del comunismo.
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IL SUICIDIO ASSISTITO
Il caso del suicidio assistito di Lucio Magri ha dato occasione a molte riflessioni. Gaetano Quagliariello, che quando si spense la Englaro gridò in aula parlamentare “assassino” al padre, sostiene che lo stato non deve occuparsi di queste richieste dei cittadini. L’argomento è starno, perché lo stato in un certo senso sono i cittadini stessi e dovrebbe occuparsi delle loro esigenze, a meno che Quagliariello non abbia in mente uno stato etico, che sia al di sopra dei cittadini e che dica loro che cosa devono fare, un po’ come nelle proposte comuniste, che non credo Quagliariello segua. Onestamente non sono sicuro di quale sia la base scritturale su cui si fonda il divieto cattolico ad alcuni tipi di eutanasia. Non ho presente nessun luogo dell’Antico e del Nuovo testamento che vieti il suicidio assistito nel caso qualcuno voglia preservare la propria dignità. Ma questo è un problema interno alla Chiesa. Capisco invece il problema di molti di noi che proprio sulla base di una morale ispirata anche al cristianesimo non ritengono che la vita a ogni costo sia un valore. Mentre è un valore, quello sì non negoziabile, la dignità della persona. Purtroppo ci sono fasi della nostra vita in cui noi non siamo più noi stessi. E’ come se la nostra identità ci abbia abbandonato. Capisco l’esigenza metafisica di chi è convinto che noi possediamo qualcosa che va al di là del nostro corpo e che si separa da esso solo nel momento della nostra morte. Queste persone credono che la nostra anima stia lì con noi anche quando non sembra più esserci. A parte qualche indizio a favore di questa tesi, come il fatto che si è scoperto che persone in coma che si riteneva non avessero pensieri invece li hanno, quello che sappiamo del rapporto fra mente e cervello non va in quella direzione. Così come un bambino appena nato ha solo una piccola parte della propria identità, che poi si svilupperà sempre più nel corso degli anni, così una persona anziana che ha perso devastata dall’Alzheimer buona parte delle proprie capacità cognitive, è menomata di parte della sua identità. Non dobbiamo avere paura a ritenere che la nostra identità, come tutto del resto, si evolve e cambia. Siamo comunque liberi di credere che in qualche modo Dio faccia sì che viviamo dopo la morte. Possiamo serenamente continuare a sperarlo; non abbiamo bisogno di vietare l’eutanasia per questo. Né mi sembra che il Dio giudaico-cristiano l’abbia vietata. Teniamo anche conto che la libertà di disporre della nostra vita in alcuni casi estremi non significa che tutti quelli che si trovino in quella situazione debbano essere eliminati. E’ chiaro che è il singolo che decide eventualmente a favore del proprio suicidio assistito.
Dopo queste brevi riflessioni sulla questione giuridica, vengo ora alla questione morale. La mia posizione è esattamente l’inverso di quella di Quagliariello. Credo che sia opportuno che lo stato all’interno della sua politica sanitaria si occupi con serietà dell’uscita delle persone da questa vita, quando ci sono le condizioni estreme e il singolo è del tutto d’accordo. Mi pongo invece seriamente il problema morale. Wittgenstein nel Tractatus diceva: “Se il suicidio è permesso, tutto è permesso”. Questo perché ogni morale affonda la sua giustificazione in ognuno di noi. Se noi siamo disposti a distruggere noi stessi, siamo disposti a distruggere tutto. Ma noi non siamo soli. E la vera fonte della morale è il rapporto fra noi e gli altri, è il fatto che prima che noi nascessimo e dopo che saremo morti ci sono stati e ci saranno altri simili a noi e che con noi sono in relazione. Il suicidio di Lucio Magri ha un che dello stoico eulogos exagoge, cioè del suicidio ben ponderato di Zenone di Cizio e di Seneca, che, nonostante il suo carattere eroico, non ispira molta simpatia. La vera colpa di Lucio Magri, se ce ne è una, è quella di non aver ascoltato gli amici che lo volevano ancora con lui. Che desideravano continuare accanto a lui le battaglie di sempre, che volevano ancora un poco godere della sua compagnia. Quando si decide di andarsene, bisogna pensare soprattutto a questo. Non è solo per noi stessi che viviamo, che altrimenti sarebbe sommamente noioso, ma è anche con gli altri. E penso che il suicidio dovrebbe essere non tanto ben ponderato per preservare la propria dignità, nel non voler diventare un ammasso di carne viva ma senza senso, quanto concordato con gli altri, che forse danno ancora senso a quel poco che resta di noi. Magari tutti direbbero di non farlo per partito preso, per consolarti; me ne rendo conto. Ma non è difficile distinguere fra le frasi che si dicono per dire e quelle veramente sentite. Come diceva Durkheim, il suicidio è innanzitutto un atto verso gli altri.
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SCIENZA, RAZIONALITA’ E COMPORTAMENTO
Occorre distinguere fra scienza e razionalità. La prima si basa su un insieme di metodi che sono i migliori che abbiamo trovato finora per comprendere come il mondo è fatto, mentre la seconda è un insieme di norme che guida i nostri comportamenti. In un certo senso la razionalità ci dice quale è il nostro comportamento migliore data una funzione di preferenze, cioè un’assegnazione di valori ai diversi possibili obbiettivi che possiamo perseguire. La scienza è un’impresa razionale nella misura in cui è il metodo migliore se alla cima delle nostre preferenze c’è la verità. Come spesso si dice, non sempre ci conviene essere razionali, per il semplice fatto che la funzione di preferenze di cui siamo consapevoli spesso non è quella che realmente descrive il nostro stato emotivo. Ne segue che, se agiamo “istintivamente”, cioè lasciando lavorare le nostre emozioni, a volte combiniamo dei pasticci tremendi, a volte, invece facciamo finalmente quello che vogliamo realmente di cui non eravamo consapevoli. In pratica è la razionalità stessa che ci dice che non dobbiamo essere troppo razionali, perché spesso abbiamo un difetto di conoscenza.
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VALUTARE MONTI
Dopo circa un mese dall’insediamento del governo Monti e l’approvazione della manovra, è facile individuare i tipi psicologici, sulla base della reazione alla nuova situazione politica:
L’APOCALITTICO: I politici sono tutti uguali, comunque siamo noi che ci rimettiamo.
L?INTEGRATO: Dopo una stagione di ladri, sgualdrine e magnaccia, finalmente delle persone serie al Governo.
IL COMUNISTA: Monti è l’espressione degli interessi del capitalismo e quindi quasi più pericoloso di Berlusconi, perché rende meno evidenti le contraddizioni di questo sistema di potere iniquo e violento.
IL FASCISTA: Monti fa gli interessi dell’Europa, che sta distruggendo l’Italia.
L’INTELLIGENTE DI SINISTRA: Monti doveva far presto cassa ed è quindi andato a prendere i soldi dove era facile trovarli, nelle tasche del ceto medio. Aspettiamo il secondo tempo.
L’INTELLIGENTE DI DESTRA: Monti non è riuscito a fare le liberalizzazioni, perché questo Parlamento è ancora ostaggio delle lobby che bloccano la libera circolazione delle idee e del denaro in Italia. Aspettiamo le elezioni e vediamo se cambiano le cose.
LA MIA POSIZIONE: Monti ha perso un’occasione e con lui l’Italia. Si è lasciato trascinare nel solito pantano della politica italiana. Poteva, ancor prima di farsi eleggere, dire: accetto solo sulla base di questo programma: Europa, liberalizzazioni, tasse sulle rendite e sui patrimoni immobiliari. Prendere o lasciare. Non lo ha fatto e così assistiamo al solito teatrino, con Bersani che va a trovare Alifano ecc. ecc.
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LA MALATTIA E LA SOFFERENZA
Da metà dello scorso settembre ho vissuto una tragedia tanto terribile quanto comune. Mia madre ormai 82enne, si è rotta il femore ed è stata operata d’urgenza al Rizzoli di Bologna, dove le hanno consigliato di farsi seguire la riabilitazione presso la struttura Gruppioni. Dopo essersi trasferita lì, in pochi giorni ha perso quasi completamente la sua lucidità e la sua memoria ed è entrata in una forte depressione. Mi recavo spesso lassù da Gruppioni, dove la Direttrice, persona molto sgradevole, mi diceva che andava tutto bene. Addirittura ricordo che una mattina, durante la riabilitazione in palestra, mi ero avvicinato alla porta per salutare mia madre che provava gli esercizi e la Direttrice è arrivata, mi ha chiuso la porta in faccia dicendo “Per noi tutto procede bene”. Si è poi scoperto che l’insufficienza renale cronica di cui mia madre già soffriva, si era molto aggravata, per cui è stata trasferita al Malpighi di Bologna nel reparto del Dott. Santoro., dove è stata curata adeguatamente, tanto che l’insufficienza renale è rientrata, ma il suo umore è ulteriormente peggiorato. Abbiamo poi scoperto che i dottori dell’ospedale avevano sospeso senza avvertirci l’antidepressivo che da un paio d’anni mia madre assumeva, come fanno molti anziani. Dopo un mese e mezzo di varie ospedalizzazioni mia madre è tornata a casa che non è più lei. La gamba non le fa più male, ma non ha più le capacità cognitive e l’umore per recuperare la deambulazione. Basta documentarsi un poco e scoprire che alle persone di quell’età, una così lunga ospedalizzazione porta in una percentuale significativa di casi a una notevole perdita delle capacità cognitive. La cosa sconvolgente è che nessun medico ci ha segnalato quello che stava succedendo, né le strutture si sono occupate di questo problema. La gamba e i reni sono guariti, ma mia madre non è più lei. Abbiamo perso la cosa più importante, la sua mente. O meglio, ancora qualche volta c’è, ma si tratta di piccoli momenti.
Questo dramma, che molti di noi vivono, o hanno vissuto, che non ha nulla a che fare con la malasanità, ma è molto più diffuso e profondo, anche in Emilia Romagna, dove la sanità raggiunge livelli buoni, mi fa riflettere. La medicina moderna è basata sull’idea di Claude Bernard secondo cui il corpo malato è governato dalle stesse leggi che valgono per il corpo sano. Nonché sulla definizione di Boorse, secondo la quale la malattia è l’impossibilità di eseguire funzioni che sono tipiche della specie umana. Già in base a questa definizione, le cure che ha ricevuto mia madre sono profondamente manchevoli, perché lei è uscita dall’ospedale con la gamba a posto e i reni in ordine, ma senza più memoria a breve e con altri difetti cognitivi. Ma occorre fare un ulteriore passo. Canguilhem nella sua tesi di dottorato, Il normale e il patologico, notava che è solo la sofferenza del paziente che definisce la malattia. Questo concetto non è mai stato recepito dalle istituzioni per il semplice motivo, che non è facile mettere a punto dei protocolli che consentano di distinguere fra le sofferenze patologiche e quelle fisiologiche. Credo che questa sia una sfida importante per la filosofia e in particolare per la filosofia della mente e per l’epistemologia. Probabilmente le sofferenze di mia madre in quei 45 giorni l’hanno portata a un estraniamento che è stato decisivo per la sua salute mentale. Questi sono problemi che andrebbero discussi anche in sede filosofica e non solo nell’ambito delle politiche per la sanità.
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UNA TEORIA FIS-COMPATIBILISTA DEL LIBERO VOLERE
Consideriamo un insieme di variabili Ai relative al sistema S. Nelle situazioni in cui non è possibile quantificare, come spesso capita nell’ambito mentale, le variabili saranno dicotomiche, cioè con soli due valori. Chiamiamo Ait le proprietà Ait=x,y… Diciamo che S è composto dai sottosistemi si in modo che la somma mereologica degli si dà S ma gli si possono sovrapporsi fra loro. ai sono invece le variabili relative a si. Siccome S è uno e si sono tanti, le proprietà di tipo ai in linea di massima saranno molto più numerose delle proprietà di tipo A.
Gli operatori modali che utilizzeremo hanno senso nomologico.
Un tipo di proprietà At è causa (Suppes) di un altro tipo di proprietà Bt’ se:
i. t<t’
ii. p(Bt’)<p(Bt’/At)
iii. ~$Ct’’(t’’<t’&p(Bt’/Ct’’)=p(Bt’/At&Ct’’).
La definizione di Suppes è epistemica. Non è utile addentrarsi in una definizione ontologica di causalità, perché è tutt’altro che sicuro che un enzima che causa l’aumento della velocità di una reazione biochimica, un fascio di antiprotoni che si annichila interagendo con dei protoni e il moto della luna che causa le maree, cioè processi causali in domini di oggetti molto diversi fra loro, abbiano qualcosa in comune oltre alla regolarità nel tempo. Questo non significa abbracciare una teoria regolarista della causalità alla Hume, perché nei diversi contesti c’è comunque qualcosa in più rispetto alla mera regolarità. Tuttavia non è facile ricondurre questo “di più” sotto lo stesso concetto genere.
Ricordiamo che il problema nella pratica della scienza è quello di ritrovare i nessi causali fra variabili a partire da enormi quantità di dati. La definizione di Suppes ci consente di avere un modello rispetto al quale esaminare tali dati, con adeguati metodi statistici.
Infine notiamo che la causalità di Suppes riguarda i tipi di proprietà e non le occorrenze. Questo non perché non ci possa essere ontologicamente una proprietà occorrenza che causa un’altra proprietà occorrenza, ma perché sul piano epistemico il discorso riguarda solo proprietà occorrenze che possono essere ricondotte a un certo tipo.
Le variabili di tipo A relative a S sopravvengono sulle variabili di tipo a relative agli si se non possono esistere due sistemi S1 e S2 che abbiano le stesse proprietà di tipo a e diverse proprietà di tipo A.
Infine diciamo che le proprietà di tipo a sono temporalmente determinate se non è possibile che due sistemi s1 e s2 a due istanti temporali diversi t e t’ siano tali che a1t=a2t e tutto il resto rimane uguale (o i sistemi s1 e s2 sono isolati) e a1t’¹a2t’ e tutto il resto rimane uguale con t’>t.
Diciamo invece che le n proprietà a sono temporalmente probabilisticamente determinate se necessariamente due sistemi s1 e s2 a due istanti temporali diversi t e t’ sono tali che a1t=a2t e tutto il resto rimane uguale (o i sistemi s1 e s2 sono isolati) allora la probabilità che a1t’=a2t’ è maggiore di 0,5n e minore di 1; e tutto il resto rimane uguale con t’>t.
Si vede subito che se non ci sono cause spurie, cioè se vale la condizione iii. della definizione di causalità di Suppes deriva che se un certo tipo di proprietà determina (anche solo probabilisticamente) un altro, allora ne è anche causa. Nel caso non probabilistico questo vale solo se le proprietà che stiamo esaminando sono solo una parte delle proprietà del mondo, perché altrimenti tutte le cause sarebbero spurie.
Prendiamo in considerazione due istanti temporali t’ e t’’ con t’ che precede t’’.
1. Assumiamo che le variabili Ai sopravvengano sulle ai.
2. Assumiamo anche che at’i determini probabilisticamente at’’i.
Vogliamo dimostrare che
3. è possibile che esistano una proprietà At’i e una proprietà at’’i tali che At’i causi at’’i.
A tal fine, deve essere t’ precedente a t’’ (i); il che è vero per ipotesi.
Nulla vieta che p(at’’i/At’i) sia maggiore di p(at’’i). Quindi anche (ii) è soddisfatta.
Bisogna vedere se dalle ipotesi è possibile dedurre che At’i sia una causa spuria di at’’i. Se per le proprietà ai valesse il determinismo, allora avremo che At’i sarebbe sempre una causa spuria di at’’i, perché varrebbe:
p(at’’i/at)=p(at’’i/at&At’i). (1)
Abbiamo assunto però che le proprietà ai sono solo probabilisticamente determinate. Questo significa chela (1) può valere, ma non è detto che valga, poiché la comparsa di ait’ può cambiare la probabilità di ait’’.
Dunque dalle premesse 1. e 2. Si deduce che 3. è nomologicamente possibile. Il che ovviamente non significa che sia vero.
Consideriamo ora un mondo W in cui le proprietà mentali di una persona sopravvengono sulle proprietà fisiche attribuite alle parti del suo corpo. In W vale cioè quello che possiamo chiamare “fisicalismo minimale”, ovvero un dualismo delle proprietà che però considera le proprietà mentali determinate da quelle fisiche.
Ipotizziamo anche che in W valga per le proprietà fisiche il “determinismo probabilistico”, cioè l’insieme delle proprietà di W al tempo t’’ è probabilisticamente determinato dalle proprietà di W al tempo t’, per qualsiasi coppia di istanti temporali tali che t’’>t’.
Se le nostre considerazioni precedenti sono corrette, allora in W è possibile che una proprietà mentale causi una proprietà fisica.
Il nostro argomento supera l’argomento di Kim chiamato “exclusion argument” sulla base di una sovradeterminazione. Cioè le proprietà fisiche a un tempo successivo sono causate da proprietà fisiche a un tempo precedente, ma allo stesso tempo possono essere causate anche da una proprietà mentale. La novità scientificamente ragionevole è che la downward causation va dall’intero alle parti, poiché le proprietà mentali vengono attribuite all’intera persona, mentre quelle fisiche solo alle parti.
Osserviamo che se nel nostro mondo, come molti sostengono, vale il determinismo probabilistico, ci possono essere due sistemi s1 e s2 che al tempo t sono ontologicamente indistinguibili – attenzione non solo epistemicamente, come spesso capita – eppure a un tempo successivo t’ il destino di s1 è stato diverso da quello di s2. Spesso si fa l’esempio di due atomi di uranio 235 (credo) che sono indistinguibili eppure dopo 1500 anni uno decade e l’altro no. In generale il processo di misurazione quantistica quando riguarda un sistema che non si trova in un autostato di un’osservabile, ma in una sovrapposizione, è un processo solo probabilisticamente deterministico. Resta però il fatto che il processo di misurazione è la parte più oscura di tutta la fisica contemporanea. Come osservavano giustamente Bergson e Popper, grandi sostenitori dell’indeterminismo, in un mondo probabilisticamente deterministico a ogni istante può nascere qualcosa di profondamente nuovo.
Spesso si parla di compatibilismo del libero volere rispetto al determinismo. Chiamiamo questa tesi det-compatibilismo. Qui ci siamo invece posti in una prospettiva parzialmente deterministica e stiamo esaminando invece il problema della compatibilità fra fisicalismo minimale e libero volere. La posizione che stiamo illustrando la potremmo chiamare fis-compatibilismo.
Questa analisi lascia aperta la possibilità di sostenere una posizione fis-compatibilista riguardo al libero volere in un mondo parzialmente deterministico nel quale vale anche il fisicalismo minimale. In effetti il vero threat per il libero volere non è tanto il determinismo quanto il fisicalismo minimale, come ha visto Kim.
Ricordiamo che molte analisi compatibiliste del libero volere rinunciano al cosiddetto “principio delle possibilità alternative”, cioè un individuo può essere libero anche se non può agire diversamente da come ha agito. E questa è di quel tipo.
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LA DEMOCRAZIA NELLA CHIESA
In margine agli ulti
mi scandali in cui sono coinvolte alte personalità della Chiesa cattolica, come quelli raccontati ieri sera a Report su Don Verzé, mi vengono in mente le seguenti riflessioni. La Chiesa cattolica, al di là del fatto che uno abbia fede o meno nel cattolicesimo, svolge molti ruoli. E’ promotrice di innumerevoli attività meritorie. Spesso il basso clero, dalle parrocchie alle missioni, è un punto di riferimento per i diseredati e i reietti. Come sempre accade, più si sale nella gerarchia, e spesso maggiormente discutibili diventano i personaggi. Sono convinto che ci siano più agnostici nell’alto clero cattolico, che fra gli scienziati, nonostante si dica spesso che la scienza naturale sia contro la fede. Il clero è fatto da uomini e gli uomini sono uguali dappertutto. Spesso perseguono i propri interessi con comportamenti egoistici e prepotenti. Fra tutti i modi di convivenza civile che l’uomo ha pensato e provato la democrazia liberale è il meno peggio. Una struttura che impedisce alle lobby di vario tipo di controllare la maggior parte dei beni e dei servizi, come succede invece in ogni sistema non democratico. Purtroppo la Chiesa non è democratica. E questo è il suo più grande difetto. Si è costituita in un’epoca in cui vigevano gli assolutismi, ma ora non è più così. Il vero problema della Chiesa è questo: la mancanza di democrazia interna. Essa ne guadagnerebbe profondamente e potrebbe giocare un ruolo rispetto alle grandi sfide che ci aspettano. Democrazia ovviamente non rispetto al credo, ma rispetto alle scelte e alle strategie. Probabilmente così sarebbe meno efficiente, ma sarebbe di certo più efficace, nel coinvolgere meglio le persone e soprattutto sarebbe più pulita.
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COMPLEMENTARITA’ FRA CONSERVAZIONE E PROGRESSO
Metto qui le slide dell’intervento che ho presentato a Messina in occasione di un Convegno sui 100 anni del Congresso Solvay, dove ho parlato del dualismo onda-corpuscolo.
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I LUOGHI COMUNI DEL PROFESSORE
A. Oggi gli studenti arrivano all’Università che sono proprio degli ignoranti!
B. Cinquanta anni fa arrivavano all’Università solo i figli della buona borghesia, che provenivano da famiglie di media cultura. Oggi arrivano all’Università figli di tutte le classi sociali, con situazioni in famiglia molto diversificate. E’ naturale che la media si sia abbassata.
A. Oggi noi Professori universitari siamo diventati Professori di Liceo e l’Università sembra una Scuola secondaria.
B. La mia esperienza – e ho insegnato sia all’Università che al Liceo – è che in media i professori di liceo sono umanamente più ricchi e più motivati di quelli universitari, per cui sarebbe meglio non denigrarli troppo. Inoltre i licei in Italia funzionano meglio delle Università. Infine è chiaro che in un’Università di massa il livello medio si è abbassato.
A. Oggi nessuno sa più scrivere in Italiano. Quando correggo le tesine triennali sembrano scritte in un’altra lingua.
B. Ancora per molti italiani l’italiano non è la prima lingua, ma la seconda dopo il dialetto. La lingua parlata nelle grandi città, inoltre, è quella dei media. Una lingua semplice e spesso gergale. Quello che tu chiami “Italiano” è una lingua letteraria, che parlano in pochi e soprattutto in occasioni ufficiali. Quando correggi una tesina, sarebbe meglio che guardassi alla struttura del ragionamento, piuttosto che al tuo ideale di lingua.
A. Questi ragazzi non sanno una parola di latino e di greco. E invece gli studi classici sono altamente formativi dal punto di vista logico.
B. I migliori scienziati e filosofi oggi vengono dal mondo anglosassone, dove non si studiano il greco e il latino, se non fra i filologi, per cui sapere il greco e il latino non è certo condizione necessaria per imparare a ragionare. Sarebbe meglio che nelle nostre scuole si studiasse la logica.
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ARRABBIATURE IDEOLOGICHE
Purtroppo mi capita spesso di arrabbiarmi mentre discuto di argomenti teorici, cioè di temi del tipo ciò che è vero o ciò che è falso oppure ciò che è giusto e ciò che non è giusto. Molti di noi hanno questi scoppi di collera, magari a volte trattenuta. Premesso che è sempre sbagliato, perché questo atteggiamento rende più difficile la discussione, credo che questo tipo di arrabbiature possa essere causato da due fattori di tipo diverso: 1. la frustrazione perché il proprio punto di vista è inascoltato; 2. la frustrazione perché se l’opinione che stiamo difendendo fosse ascoltata ci porterebbe dei vantaggi. Faccio un esempio. Come molti sanno, ritengo che non abbia alcuna possibilità di sviluppo una filosofia a priori; oggi questo punto di vista è decisamente minoritario nel dibattito sia nazionale che internazionale, per cui mi sento frustrato a causa del carattere minoritario della mia opinione. Questo fa sì che spesso mentre difendo questa tesi mi arrabbio inutilmente. Per contro, se sostengo che tutti i Governi italiani hanno avuto poca considerazione per la formazione e la ricerca, quando mi arrabbio, non sono frustrato solo perché ritengo che ci siano buone ragioni inascoltate a favore di una maggiore attenzione, ma anche perché io stesso, in quanto operatore in questo settore, sono danneggiato da tale disinteresse. Diciamo che il primo tipo di arrabbiature sono veniali, mentre il secondo dovrebbero essere assolutamente evitate.
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FRANFURT E IL COMPATIBILISMO
L’importante filosofo americano Harry Frankfurt nel 1969 propose un celebre esperimento mentale che ha dato molta credibilità ai sostenitori del compatibilismo riguardo alla libertà del volere. I critici del compatibilismo spesso sostengono che in un mondo del tutto deterministico non è possibile considerare qualcuno responsabile delle sue azioni. Immaginiamo una situazione in cui Hitler sia indeciso se invadere l’Austria o meno. Sappiamo che poi Hitler ha effettivamente deciso di invadere l’Austria. I critici del compatibilismo sosterrebbero che se Hitler non avesse potuto fare diversamente, non potremmo dire che sarebbe responsabile dell’invasione. Immaginiamo anche che uno scienziato malvagio si sia impossessato del cervello di Hitler e che dopo che Hitler ha deciso se invadere o meno faccia in modo che comunque Hitler dia l’ordine di invadere. In questa situazione Hitler non avrebbe alcuna possibilità di fare diversamente, eppure noi lo considereremmo responsabile. Questo vuol dire che non è necessario che noi abbiamo la possibilità di agire diversamente per essere responsabili.
John Earman, forse il più grande filosofo vivente, sicuramente uno dei maggiori, ha risposto in poche righe nel suo Primer on determinism del 1986 a Frankfurt, senza citarlo esplicitamente. Oggi quasi tutti i filosofi sostengono quello che Earman chiama il parassitismo del mentale sul fisico, secondo il quale una persona non può stare in due stati mentali diversi se sta nello stesso stato fisico. Possiamo sostenere che, benché non valga il principio secondo il quale per essere responsabile Hitler dovrebbe avere la possibilità di agire diversamente, vale comunque il principio che il Fuehrer dovrebbe avere la possibilità di decidere diversamente. Ora, sempre usando un esperimento mentale alla Frankfurt, è facile immaginare che lo scienziato maligno, avvalendosi del parassitismo, non solo costringa Hitler a invadere l’Austria, ma faccia sì che Hitler decida di invadere l’Austria avendo la sensazione di aver scelto liberamente. Questo sempre che siamo in un mondo deterministico. A questo punto chi darebbe più delle colpe a Hitler?
Da questo impasse si potrebbe uscire seguendo la via battuta da Simone Gozzano, che nel suo Pensieri materiali, difende la teoria dell’identità fra mente e corpo proprio per salvaguardare la libertà del volere. In effetti se i nostri stati mentali fossero i nostri stati fisici, esattamente come la temperatura è il moto delle molecole, allora in un mondo indeterministico avremmo in effetti la possibilità di decidere autonomamente. Il problema è però che la teoria dell’identità fra mente e corpo per molti motivi è tutt’altro che sostenuta dai più recenti risultati delle scienze empiriche.
In definitiva da Frankfurt non arriva un grande aiuto ai compatibilisti.
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RESPONSABILITA’ E LIBERTA DEL VOLERE
A volte noi abbiamo la sensazione di una forza che ci trascina verso una certa azione. Nel frattempo abbiamo il convincimento che quell’azione sarebbe sbagliata. Siamo anche persuasi che con un certo sforzo riusciremmo a evitare di compiere quell’azione. Questa è una forma importante di sensazione di libertà del volere.
Quando qualcuno compie qualcosa di male, se abbiamo elementi sufficienti per attribuire all’attore una situazione di questo tipo, siamo portati a condannarlo. Resta però sempre la possibilità che tutte quelle credenze, desideri e intenzioni siano di fatto stati soggettivi del tutto determinati dalla nostra situazione fisica. Siamo allora responsabili del male che abbiamo fatto?
Facciamo l’ipotesi che il mondo fisico sia dominato dal determinismo. Riportiamoci indietro nel tempo a pochi secondi dopo il big bang. Se le cose stanno così, già allora era determinato che io avrei agito in quel modo malvagio. Posso essere considerato responsabile? Facciamo un’ipotesi più debole, cioè che il mondo fisico sia dominato da leggi essenzialmente statistiche. Le cose cambierebbero? Risulterebbe ad esempio, che dopo il big bang ho probabilità 0,765 di compiere il male. E’ cambiato qualcosa? Direi di no. Ciò che ci renderebbe responsabili in pieno, direi, è solo l’ipotesi che noi possedessimo una forma di spontaneità che ci consenta in alcuni casi di intervenire attivamente nel mondo fisico.
Questa è un’ipotesi profondamente metafisica, che ha come unica base la nostra soggettività. Dobbiamo però sempre tenere conto che la possibilità che non sia corretta è tutt’altro che peregrina. Questo ci dovrebbe far riflettere quando attribuiamo una responsabilità a qualcuno. Potrebbe non esserlo.
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L’UOMO QUALUNQUE E LO SPECULATORE
Mano a mano che l’Italia è cresciuta economicamente e che il suffragio universale è stato operativo, cioè nel secondo Dopoguerra, si è progressivamente affermato il partito dell’Uomo Qualunque, che da Giannini a Craxi a Berlusconi è aumentato finché è arrivato a governare l’italia per più di 25 anni. I risultati si vedono: dei 180 paesi dell’Onu, nell’ultimo decennio solo Haiti e Zimbabwe sono cresciuti meno di noi! L’Uomo Qualunque è convinto che l’uomo sia tendenzialmente egoista e che quindi non bisogna fidarsi di nessuno; è egli stesso egoista e poco ospitale, diffidente e opportunista, ignorante e poco lungimirante. Se parlassimo dell’Uomo, invece che dell’Uomo Qualunque, quasi tutti questi epiteti sarebbero comunque veri, tranne uno: ignorante. O meglio l’uomo può non essere ignorante e ciò che distingue il cittadino dall’Uomo qualunque è proprio la non-ignoranza.
In questo noi intellettuali in Italia abbiamo una colpa storica. L’intellettuale italiano ha assunto nei confronti dei non intellettuali soprattutto due atteggiamenti: in primo luogo quello dell’intellettuale scostante, chiuso nella sua Torre, che non vuole mescolarsi con la folla; in secondo luogo l’intellettuale predicatore che si mischia al popolo, ma soprattutto per spiegargli quale sarebbe la verità (l’intellettuale organico). Quello che è mancato è l’intellettuale che si prende la briga di istillare dubbi, di ragionare a tu per tu con chiunque, senza pensare di avere sempre ragione, che parla con gli altri anche per capire e discutere. Forse anche per questo l’Uomo Qualunque ha fatto tanta strada.
Non solo, anche in molti settori del popolo impegnato alligna l’incapacità di soppesare i pro e i contro. Quanti predicatori oggi addebitano la crisi agli speculatori. Come tutti gli uomini, gli speculatori non sono né degli angeli, né dei diavoli. E di certo sono meglio dei redditieri, di cui l’Italia è piena. Oggi come ieri, quanti in Italia se hanno due lire comprano degli immobili e vivono di rendita? Chi fa così non produce ricchezza, ma è un parassita. Lo speculatore, il malvagio speculatore, invece, se ha due lire le mette a disposizione dell’industria, ovviamente sperando di guadagnarci come remunerazione del rischio che si è preso. Se Pinco è un giovane povero con delle buone idee e voglia di lavorare, se non esistessero gli speculatori, non troverebbe mai il capitale per iniziare la sua impresa e produrre ricchezza per sé e per tutti. Di certo lo speculatore non è un agnellino: fa il proprio interesse, ma chi non fa il proprio interesse scagli la prima pietra. E poi ci sono diversi modi di fare il proprio interesse: alcuni producono più ricchezza per tutti, altri no.
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SCIENZA E METAFISICA
Questo strano cilindro con un cerchietto è un’immagine che si può usare per rendere l’idea dei rapporti fra scienza e metafisica. Per Cartesio la metafisica sono le radici dell’albero il cui tronco è la fisica e le fronde le applicazioni delle scienze. Oggi non si può più pensare alla metafisica come a una disciplina a priori. Il cerchietto piccolo rappresenta il mondo delle entità osservabili. Ma sappiamo che la scienza moderna consente di ipotizzare ragionevolmente l’esistenza di molte entità non osservabili, dai campi magnetici ai quark, che sono raffigurati nella base superiore del cilindro. Anche la metafisica propone affermazioni che vanno oltre l’osservabile, ma non solo perché sono lontane da ciò che epistemicamente è per noi facilmente accessibile, ma anche perché generalizza fortemente. Ecco perché l’ambito della metafisica è rappresentato dal tronco del cilindro.
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UNA VISIONE KANTIANA DEL LIBERO VOLERE
Il compatibilista sostiene che X è libero quando capita y in cui è coinvolto, se X è fattore causalmente rilevante nel presentarsi di y. Data questa definizione, se una tegola cade sulla testa di Gianni e lo ferisce, potremmo dire che la tegola, essendo un fattore causale nella ferita di Gianni, è libera di ferire Gianni. Saremmo quindi costretti a condannare la tegola che è caduta in testa a Gianni, cioè a considerarla colpevole! Affinché ci sia libertà, quindi, occorre anche chiedere una certa complessità nei rapporti fra input e output. La misura della complessità dovrebbe essere tale che che un sasso e forse anche un ragno non fossero liberi, perché troppo semplici. Questa nozione di libero volere è certamente minimale. E quindi molti incompatibilisti hanno detto che quella non è vera libertà. Il compatibilista potrebbe provare a rispondere in questi termini: in realtà le nostre conoscenze dei nessi causali fra input e output dei comportamenti umani sono enormemente incomplete, per cui nell’ambito di tutto ciò che non è riconducibile nella rete delle cause e degli effetti noti, possiamo postulare una libertà del volere in senso più forte. Questo è un modo di rinnovare il punto di vista di Kant, che limitava la causalità al mondo dei fenomeni ordinati dalla soggettività trascendentale e postulava la libertà del volere nel mondo inconoscibile e noumenico della cosa in sé. Qui sostituiamo al fenomeno il conosciuto e al noumeno l’ignoto.
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IL CERVELLO CHE VEDE
Sull’ultimo numero di Le scienze si parla di un esperimento molto interessante. Si esaminano alcune persone con il brain imaging mentre guardano film e immagini. Dopo di che si dà a un computer tutta questa informazioni. A questo punto si mettono i soggetti davanti a una certa immagine e il computer registra l’interno del cervello con le stesse tecniche PET ecc. Il computer poi prova a formare un’immagine di quel che il soggetto vede sulla base delle informazioni che ha raccolto. Le previsioni sono notevoli, poiché hanno una certa somiglianza con quello che il soggetto vede. Tutto ciò è straordinario, però scalfisce solo in minima parte la domanda difficilissima: perché il soggetto vede quella certa immagine quando si accendono le tali e tali aree del cervello?
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VON WRIGHT E LA LIBERTA’ DEL VOLERE
Nel libro di von Wright “Spiegazione e comprensione” (1971) viene presentata una teoria molto peculiare del libero volere. Per capirla, almeno nelle sue grandi linee, consideriamo i famosi esperimenti di Libet, recentemente ripetuti da Haynes. I dati non sono conclusivi, ma sembra che sulla base di quello che capita nel nostro cervello, esaminato con brain imaging, è possibile prevedere con anticipo nostre semplici decisioni – che noi prendiamo liberamente – con un successo significativamente maggiore del 50%. Questo non significa che siamo del tutto determinati dal nostro cervello, ma solo che siamo influenzati dal nostro cervello, il che è ovvio, e non è troppo rilevante per il problema del libero volere. Poniamo che avessimo dati definitivi a supporto del fatto che quando abbiamo la sensazione soggettiva di decidere di alzare il braccio, in realtà sempre i neuroni XYZ si attivano 500 millisecondi prima. Alcuni potrebbero dedurre da questi dati che la nostra decisione di alzare il braccio, che ci sembra libera, è invece determinata dall’accensione dei neuroni XYZ. Von Wright si chiede che cosa sia la causalità. Nota innanzitutto che si ha causalità solo in presenza di asimmetria, ovvero se una certa causa può provocare l’effetto, non deve poter accadere il viceversa. Nota inoltre che questa asimmetria non ha origine nell’ordine temporale degli eventi, dato che causa ed effetto devono almeno per un breve intervallo essere contemporanei. Suggerisce che tale asimmetria è data dalla nozione di azione. Noi diciamo che A causa B quando se A non si fosse presentato e noi non lo avessimo realizzato e neanche altre cause sufficienti per B si fossero presentate, allora B non sarebbe accaduto. In pratica il nostro intervento, fare A, deve essere condizione sufficiente, relativamente a quel contesto, per B. Non c’è bisogno che sia anche condizione necessaria. Un vantaggio di definire così la causa è che la situazione in cui noi possiamo intervenire è sotto il nostro controllo, è, cioè, un esperimento. Torniamo ora alla situazione di Libet. Dal punto di vista di von Wright, la causa sarebbe senz’altro il nostro alzare il braccio e l’effetto l’accendersi dei neuroni XYZ. E questo anche se l’ordine temporale è invertito. Per von Wright, come per tanti pragmatisti, da Schopenhauer a Dewey e James, l’azione ha una sua autonomia ontologica, che in questa analisi si palesa chiaramente. Il vantaggio di questa prospettiva è che è un’impostazione incompatibilista che non si basa su forme di spiritualismo, come quella di van Inwagen. Per il compatibilista se fra le cause c’è il mio cervello, il mio cervello sono io e quindi in fondo sono libero. L’incompatibilista, alla Descartes, spesso fa appello, invece, a un’entità autonoma dalla materia che esprima la nostra libertà. Von Wright propone un concetto di libero volere che non cade in nessuno di questi due estremi. Il punto debole, però, è certamente la sua teoria della causalità, che è presupposta e che non convince del tutto. Quando diciamo che l’esplosione di una supernova causa un bagliore intergalattico, che cosa c’entra la nostra azione?
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