VIVERESTPHILOSOPHARI di Vincenzo Fano, Professore di logica e filosofia della scienza

Luglio 4, 2009

IL “DE RERUM NATURA” DI LUCREZIO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 6:38 pm

Mi ricordo che al liceo studiavo filosofia sul manuale di Geymonat, che era poi una sorta di riduzione della sua celebre Storia del pensiero scientifico e filosofico, e si accennava al De rerum natura come al più bel poema filosofico della letteratura mondiale. In questi ultimi mesi a distanza di più di 30 anni, sono riuscito a leggerlo per intero con un po’ di calma. In effetti quella di Geymonat non è un’iperbole. Certo Lucrezio non ha la selvaggia potenza di Catullo né la raffinatezza di Orazio, però bisogna ricordare l’aspra difficoltà dell’argomento che tratta in versi.
Ho utilizzato la traduzione della BUR di Balilla Pinchetti, che, pur abbastanza poetica, rende bene il contenuto del poema. Occorre prima sfatare alcuni miti della letteratura lucreziana. Tutto ciò che di naturalistico e di filosofico è in Lucrezio, era prima negli autori dai quali attinge e soprattutto Epicuro. Lucrezio non è un filosofo originale, certo l’ambiente da cui viene non gli avrebbe consentito di inventare nulla di nuovo. Egli è infatti isolato dal raffinato mondo ellenistico nel quale il dibattito filosofico, pur non raggiungendo la forza e l’originalità del IV secolo a.C., era ancora molto vivo. In secondo luogo la tesi marxista di Lucrezio pensatore rivoluzionario ha poco fondamento (Canali). Certo Lucrezio propone una metafisica anti-creazionista e considera gli dei degli antichi come una invenzione umana di cui bisogna liberarsi. E’ anche convinto della capacità liberatoria della ragione e dei danni provocati dalla superstizione, come nell’esempio di Agamennone e Ifigenia, che riporta, ma egli coltiva l’ideale aristocratico di un saggio lontano dalla politica e dalle passioni, che non ha nulla di “sovversivo”. Anche poco credibile mi sembra la “storia” inventata da S. Gerolamo secondo cui Lucrezio sarebbe stato matto, ripresa in termini psicoanalitici in epoca contemporanea, anche da Perelli. Il poema ha un andamento molto equilibrato. Giusto la tragica fine con la descrizione meticolosa della peste di Atene ripresa da Tucidide può insospettire. Ma in fondo credo che una morale come quella epicurea – lo stesso vale per la stoica – che è sostanzialmente rinunciataria, alla ricerca del piacere catastematico (statico) e non di quello cinetico (dinamico) non può che portare verso una riflessione sulla morte, come lo Heidegger di Essere e tempo. Per questo preferisco una morale dinamica, come quella cristiana o nietzscheana. Infine è sbagliato affermare che il senso profondo del De rerum natura sia di carattere etico, cioè che per Lucrezio sia più importante mostrare che non esistono cause soprannaturali, piuttosto che trovare le giuste cause naturali. Il poema, infatti, è innanzitutto un’opera di epistemologia e di fisica, anche se inquadrata in un progetto morale. Quasi tutto il testo tematizza problemi di teoria della conoscenza e di filosofia naturale.
Per noi il De rerum natura è l’unica grande fonte di un pensiero, quello atomistico, che per incuria prima e per persecuzione poi, non ci è stato tramandato, ma doveva essere di una raffinatezza e una ricchezza paragonabili a quella di Platone e Aristotele. Detto questo, veniamo a un’analisi di alcuni passaggi del testo. Buono questo link.

(continua…)

Luglio 3, 2009

SONO COSTANTI LE COSTANTI?

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 3:53 pm

Bello e stimolante il libro di Jean-Philippe Uzan e Benédicte Leclercq, L’importanza di essere costante, Dedalo, 2008, un vero e proprio sguardo globale alla fisica contemporanea da un punto di vista critico. Il libro prende le mosse da una presunta misurazione (Webb) del 1999 secondo la quale 12 miliardi di anni fa , cioè la costante di struttura fine che dipende dalla velocità della luce c, dalla carica dell’elettrone e e dalla costante di Planck h, avrebbe avuto un valore di un centomillesimo meno di adesso (è circa 1/137). Questo sarebbe uno sconvolgimento per la fisica, perché vorrebbe dire che le costanti non sono costanti.
S. Weinberg, “Overwiew of theoretical prospects for understanding the values of fundamental constants”, Philosophical Transactions of the Royal Society of London A, 310, 1983, p. 249, propone come definizione delle costanti universali la seguente: quei parametri che compaiono nelle leggi fisiche e non possono essere calcolati a partire da altre costanti e dalle leggi della fisica nemmeno in linea di principio. In questo modo c sarà una costante universale, ma non il peso specifico del piombo, cioè 13. Lo stesso articolo di Weinberg si segnala per l’espressione di un atteggiamento mutato rispetto alle costanti. Egli le considera delle vere e proprie sfide per la fisica, cioè le costanti vanno spiegate. Con ben meno autorevolezza in “Il limite fra complemetarità e dialettica: la filosofia della fisica di Bohr”, Annali di discipline filosofiche dell’Università di Bologna, 4, 1982/83, pp. 182, affermavo “Le costanti in fisica sono i punti in cui si annida l’impossibilità da parte della legge di descrivere la realtà in tutti i suoi particolari. Una teoria fisica «perfetta» dovrebbe essere costituita esclusivamente da leggi del tipo: f(p,q,r…)=0, dove p,q,r,…sono variabili fisiche. In pratica le leggi sono invece del tipo: f(p,q,r…a,b,c…)=0, dove a,b,c…. sono costanti più o meno universali.” La ragione per cui le costanti sono delle forme di ignoranza è che esse affermano che il mondo è così come è e basta, cioè sono dei fatti bruti. Certamente è sempre possibile che ci siano dei fatti dei quali non vi è alcuna spiegazione.
Le costanti in fisica possono sparire, come g di Galileo, che viene interpretata nei termini di G di Newton, possono diventare più universali, come la carica dell’elettrone, che si è rivelata la carica elettrica minima.
Oggi le costanti veramente universali sono 3: la velocità della luce, la costante di Planck e la costante di gravitazione universale. Quest’ultima, nel passaggio dalla meccanica di Newton alla relatività generale di Einstein, pur restando costante universale, subisce una metamorfosi: prima essa era la costante di accoppiamento della forza fra due masse, dopo diventa la maniera in cui lo spaziotempo si curva in presenza di materia.
Da un punto di vista strettamente teorico, per descrivere l’attuale teoria fisica sarebbero sufficienti le unità di misura di spazio (metro), tempo (secondo), massa (kilogrammo) e intensità di corrente elettrica ampére). Di fatto, però, per ragioni pratiche, è meglio usare anche l’intensità luminosa (candela), la temperatura (kelvin) e la quantità di materia (mole). In realtà anche l’ampére si potrebbe calcolare, ma non si può scendere sotto tre dimensioni.
In un certo senso ancor più importanti delle costanti h,c,G sono i parametri dimensionali, come ad esempio .
L’atomo di Cesio ha una struttura elettronica simile a quella dell’idrogeno, con un solo elettrone nel livello più esterno. Fonde a bassa temperatura, per cui può essere facilmente vaporizzato, e la sua frequenza iperfine, cioè la differenza fra la concordanza dello spin dell’elettrone esterno e quello del nucleo e la discordanza è molto alta. Inoltre è un elemento puro, cioè senza isotopi. Tutte queste caratteristiche fanno sì che tale frequenza che sia stata scelta, su proposta del fisico Issac Rabi, come unità di misura internazionale di tempo.
Questa frequenza dipende da  e quindi facendo sue misurazioni si può controllare la costanza della costante di struttura fine. Ecco perché il volume ne parla. Ancora più interessante il caso della miniera di uranio di Oklo, dove a un certo momento si è scoperto che la percentuale di Uranio 235 era meno dello 0,7% rispetto all’altro isotopo, cioè il 238. Al momento della formazione della Terra, 4,5 miliardi di anni fa, il 235 era molto più abbondante, sufficiente a innescare una reazione nucleare, ma in questi miliardi di anni, a causa della sua minore velocità di decadimento, l’uranio terrestre si è impoverito. E’ stato dimostrato che nella miniera di Oklo circa 2 miliardi di anni fa si sono costituiti dei veri e propri reattori nucleari naturali, con l’acqua per rallentare le particelle. Da questa ipotesi si è potuta calcolare  a quel tempo ed è risultata uguale ad adesso.
In realtà anche la misura di Webb di  non era corretta. Si è dimostrato che la variazione dipendeva solo dal fatto che la distribuzione dei metalli nelle lontane regioni dell’Universo dove si era misurata  era diversa da quella ipotizzata.
Risolto il problema di  nella parte finale del libro si discute in modo chiaro e semplice degli ultimi sviluppi della fisica delle particelle e della cosmologia.

Luglio 2, 2009

VON NEUMANN SULLA MECCANICA QUANTISTICA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA FISICA — viverestphilosophari @ 3:45 pm

Tra i tanti meriti dell’amico Giovanni Boniolo c’è quello di aver tradotto in italiano il celebre Mathematische Grundlagen der Quantenmechanik (1932), “I fondamenti matematici della meccanica quantistica” di von Neumann, Il Poligrafo, 1998. Pur avendolo ricevuto in regalo da Giovanni circa 10 anni fa, lo ho un po’ letto solo adesso. Si sa i filosofi sono lenti! Il libro è straordinario. Nel primo capitolo von Neumann ripercorre a grandi linee la formulazione doppia della meccanica quantistica da parte di Heisenberg e Schrödinger e il tentativo di Dirac di unificarle mediante la sua teoria delle trasformazioni, che però egli considera matematicamente inadeguata. Nel secondo introduce la matematica dello spazio funzionale di Hilbert, che egli ritiene necessaria a un’adeguata formulazione matematica della meccanica quantistica, in quanto la struttura dell’insieme di funzioni che rappresentano gli stati discreti dei microoggetti e dell’insieme di funzioni che rappresentano gli stati continui è simile e può essere quindi colta nello spazio di Hilbert. E’ veramente emozionante ritrovare in queste pagine la prima formulazione matematica di quell’elegante formalismo che ancora oggi è la base della teoria. Da notare che a p. 172, quando è più attento dal punto di vista critico, von Neumann sottolinea che il suo celebre no go theorem sui parametri nascosti mostra solo che la loro introduzione comporterebbe un mutamento fondamentale della teoria, non che è impossibile. Da p. 194 in poi von Neumann si lancia nella solita pseudo-giustificazione semiclassica delle relazioni di indeterminazione, messa a punto da Heisenberg e che per fortuna sta scomparendo dai manuali di meccanica quantistica più recenti (vedi V. Fano, “Simultaneità o indeterminazione: istanze fisiche o analisi epistemologiche?”, in Quanti Copenaghen. Bohr, Heisenberg e le interpretazioni della meccanica quantistica, a cura di I. Tassani, Accademia delle Scienze Lettere e Arti Modena, Il Ponte Vecchio,Cesena, 2005, pp. 21-35). A p. 254, con la consapevolezza critica che lo contraddistingue, von Neumann nota che la meccanica quantistica è di certo una teoria incompleta, anche se probabilmente non falsa. Inoltre la causalità oggi va abbandonata, perché a livello macroscopico è solo il frutto della legge dei grandi numeri, mentre per quello che ne sappiamo adesso, a livello microscopico non vale. Per causalità von Neumann intende che oggetti nello stesso identico stato si evolvono esattamente nello stesso modo. Questo abbandono, però, non è detto sia definitivo. A p. 273 inizia la sofisticata analisi del problema della misura, su cui torna a più riprese nella parte finale del libro. Il culmine dell’argomentazione è nelle pagine 319ss. Io leggerei così il ragionamento di von Neumann. Egli parte da quello che chiama il parallelismo psico-fisico, cioè che ogni processo mentale può essere descritto in termini fisici. Come sappiamo la meccanica quantistica è caratterizzata da due diverse leggi di evoluzione: 1. quella governata dall’equazione di Schrödinger deterministica e 2. quella indeterministica del postulato di proiezione. Ogni processo di misurazione può essere compreso solo mediante 2. Da molti questo è considerato un grave difetto della teoria. Von Neumann tenta questa giustificazione. Ci sono due descrizioni incompatibili, quella oggettiva e quella soggettiva. 2. ci consente di passare dalla prima alla seconda. Esso, però, non viola il parallelismo (di fatto questa violazione, cioè l’interazionismo, sarà la strada seguita da London e Bauer e da Wigner) cioè non implica un intervento del soggetto sull’oggetto, perché la divisione fra oggetto e soggetto è arbitraria, cioè possiamo porre il taglio dove vogliamo. Quindi von Neumann si sforza di dimostrare che se dividiamo fra oggetto e soggetto in due modi diversi lo stesso sistema misurato il risultato non cambia. Quindi 2. è dovuto al passaggio alla descrizione soggettiva non all’intervento del soggetto. Questo punto spesso non viene sottolineato abbastanza. La ragione per cui von Neumann accetta 2. è che il mondo può essere descritto anche dal punto di vista soggettivo, senza ammettere nessun intervento del soggetto nel mondo. Quindi non c’è traccia di idealismo o spiritualismo. Certo è contestabile che esistano due descrizioni inconciliabili del mondo, quella oggettiva e quella soggettiva. Un’ultima osservazione: colpisce notare che von Neumann inizia il libro osservando che i fisici si sono convinti che il principio di continuità “natura non facit saltus”, che varrebbe nel mondo macroscopico, non è più vero nel mondo microscopico! E’ assolutamente lampante che nel mondo macroscopico la legge di continuità non vale, poiché la natura è piena di salti: corpi che si arrestano di botto, corpi con margini definiti ecc. E’ la descrizione classica del mondo mediante il calcolo infinitesimale che presuppone la legge di continuità, altrimenti il calcolo non sarebbe applicabile. I fenomeni quantistici, a partire dalle linee spettrali, hanno mostrato che la natura a livello microscopico è esattamente come appare a livello macroscopico, contro la comoda ipotesi classica della continuità.

Giugno 28, 2009

PATERNOSTER SULLA PERCEZIONE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 1:47 pm

Ho finalmente letto il bel libro di Alfredo Paternoster, Il filosofo e i sensi, Carocci, 2007, che in parte si sovrappone a quello della Calabi, che ho da poco discusso. Paternoster è più attento ai risultati delle scienze, sia ai modelli computazionali che a quelli ecologici della percezione. Ha ben presente il fatto che la scienza moderna ha favorito l’insorgere di modelli indiretti della percezione, a causa della Rivoluzione copernicana, in accordo con la quale i nostri sensi ci ingannano sistematicamente, nel penultimo capitolo prende in considerazione anche le modalità sensoriali diverse dalla vista e nell’ultimo propone un proprio modello della percezione. Rispetto a Calabi è un po’ meno analitico nell’argomentazione. Ottima, anche se casuale, la mia scelta di leggere prima Calabi e poi Paternoster, perché il primo è più introduttivo e il secondo più audace.
Paternoster vuole costruire una teoria della percezione che mantenga il contatto fenomenologico diretto fra il soggetto e il mondo, che utilizzi i modelli computazionali subpersonali alla Marr e che ammetta l’esistenza di un contenuto percettivo non concettuale. Per fare questo, sostiene che ciò che vediamo è l’oggetto, anche se causalmente esso viene costruito tramite i nostri organi di senso e il cervello. Noi di fatto non vediamo la rappresentazione dell’oggetto, che si costituisce nell’elaborazione dello stimolo distale, ma l’oggetto. Faccio fatica a distinguere l’impostazione di Paternoster da quella del rappresentazionalismo causale, anche se un po’ sofisticato. Ciò che vediamo è comunque la costruzione elaborata, visto che non c’è nesso causale diretto, se non quello che passa attraverso l’elaborazione della corteccia sensoriale.
Io imposterei il problema in questo modo. Ciò che differenzia un albero da un albero percepito, come aveva già notato Aristotele e ribadito Husserl, è che il primo è e basta, mentre il secondo è all’interno di un orizzonte di possibilità. Cioè l’albero percepito ha reso attuale una delle infinite possibili percezioni che avremmo potuto avere e non solo condiziona un’infinità di possibili percezioni che potremmo avere fra un istante. Questa, per quanto inesatta, resta la migliore descrizione fenomenologia della percezione che possediamo.
A partire da quello che conosciamo delle scienze naturali, potremmo provare a costruire una spiegazione di tale fenomeno in questi termini. Nel mondo c’è un oggetto fisico, stimolo distale, fatto di atomi. Esso riflette un segnale elettromagnetico che arriva alla nostra retina, stimolo prossimale. Tale stimolo viene codificato in una serie di 0 e 1. Nella nostra corteccia visiva ci sono come degli interruttori a 3 posizioni 0,1 e 2. Stanno tutti nella posizione 2, verso la quale tendono naturalmente. La serie di 1 e 0 si scarica su questi interruttori che assumono la posizione corrispondente al bit in entrata. Cosicché noi vediamo lo stimolo distale. Possiamo complicare l’elaborazione finale, mettendo confronti con pacchetti già esistenti di bit e feedback con aree motorie del cervello, ma la cosa, dal punto di vista concettuale, cambia di poco.
Questa spiegazione possiede una lacuna fondamentale rispetto alla descrizione fenomenologia. E’ vero che gli interruttori, che rappresenterebbero l’incarnazione del soggetto, stanno nella posizione 2 e potrebbero stare nella condizione 1 o 0, ma quel “potrebbero” ha un significato puramente epistemico, cioè le leggi della fisica ci dicono che se arrivano i giusti stimoli gli interruttori passeranno nella posizione 1 o in quella 0 (per poi tornare i 2 e aspettare il nuovo stimolo). Per contro, quando percepiamo un albero, esso è investito ontologicamente di un senso di possibilità realizzate e realizzabili. Come si faccia a naturalizzare fino in fondo questo carattere della percezione per me resta un mistero.

Giugno 22, 2009

CALABI SULLA PERCEZIONE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA, Uncategorized — viverestphilosophari @ 9:39 pm

E’ appena uscito da Laterza un libro molto bello, chiaro e completo sul problema filosofico della percezione, scritto da Clotilde Calabi, che insegna all’Università Statale di Milano. Vale la pena presentarlo. Buona parte della discussione si concentra su come funziona il “vedere”, dove con questo termine si intende un successo, cioè se Giulio vede una tartaruga è vero, allora davanti a Giulio c’è effettivamente una tartaruga. Verrebbe da dire che la questione è molto semplice: là fuori c’è una tartaruga, che a un certo punto è incontrata dallo sguardo di Giulio. Ma la faccenda non è così semplice, poiché il contenuto della nostra percezione, quando vediamo la tartaruga da diversi punti di vista non è lo stesso e ciò malgrado diciamo che noi percepiamo la stessa tartaruga, ma ciò che ci appare nella percezione è sempre diverso. Poi c’è il problema che magari Giulio dice di vedere una tartaruga e in realtà sta guardando un porcospino, perché è un po’ miope. Questa è un’illusione. Addirittura Giulio potrebbe avere preso una dose di LSD e quindi vedere una tartaruga là dove non c’è nulla: allucinazione. Infine la scienza ci informa che spesso ciò che noi vediamo è molto diverso da come lo vediamo. Per cui la teoria semplice della percezione che avevamo proposto non funziona. Questo ha portato molti autori a formulare quella che è stata chiamata la teoria dei dati sensoriali, almeno da Cartesio in poi fino a Moore. In base a questa ipotesi noi non vediamo gli oggetti là fuori, ma qualcos’altro, cioè gli oggetti come appaiono a noi, ovvero i fenomeni, dietro ai quali ci sarebbero gli oggetti in sé. Le obbiezioni contro questa teoria prese in considerazione dall’autrice colpiscono teorie parziali dei dati sensoriali, ma la teoria più comune sembra essere quella che distingue totalmente fra l’ambito del dato e la realtà. Il mondo, ci dice la scienza, è fatto di atomi, di onde elettromagnetiche ecc., qualcosa che non ha nulla a che fare con ciò che percepiamo. L’idea di fondo sarebbe che l’interazione causale fra i nostri apparati sensoriali e queste radiazioni provoca la nostra esperienza soggettiva. Ma, e questa mi sembra l’obbiezione fondamentale a questo punto di vista, di fatto non possediamo una buona spiegazione di quel “provoca” che abbiamo utilizzato. Non è chiaro come i neuroni del nervo ottico e della corteccia visiva interagendo con una luce che ha lunghezza d’onda 8000 Angstrom facciano sì che vediamo il violetto! La causalità, infatti, presuppone una certa omogeneità fra causa ed effetto.
Calabi allora prende in considerazione la famosa teoria avverbiale della percezione, messa a punto da Chisholm, secondo la quale vedere rosso significa vedere rossamente, cioè il rosso non è l’oggetto della visione, ma una modalità appunto avverbiale del vedere. Ciò che vediamo, poi, sarà l’oggetto distale della scienza fisica. La debolezza dell’avverbialismo sembra stare nel fatto che il rosso, che dovrebbe essere un avverbio del vedere, è là fuori dal punto di vista introspettivo.
A questo punto viene esaminata la teoria che oggi va per la maggiore, cioè il rappresentazionalismo, in accordo con la quale noi percepiamo delle rappresentazioni che rimandano in modo informativo agli oggetti là fuori. La cosa mi lascia molto freddo, innanzitutto perché mi sembra che anche questa teoria non sia aderente alla nostra percezione. Io non vedo una rappresentazione di una tartaruga, ma una tartaruga. Il contenuto della mia percezione sarebbe definito come le condizioni che lo soddisfano. Cioè il contenuto della mia percezione di un vitello sarebbe un vitello in carne e ossa. La teoria rappresentazionale va incontro a un’interessante obbiezione di Boghossian, Velleman e Bach che non conoscevo. Se un miope si toglie e mette gli occhiali, nel primo caso vede tutto sfocato, mentre nel secondo vede bene. Questo fenomeno sembra ben interpretato alla luce del fatto che mentre la sfocatezza senza occhiali fa parte del soggetto, invece gli oggetti che comunque vediamo fanno parte dell’oggetto, cioè noi percepiamo sempre degli oggetti là fuori e non delle rappresentazioni di oggetti. Dretske avrebbe risposto che le due percezioni sono due diverse rappresentazioni di ciò che è là fuori, ma sembra artificioso. Calabi chiama il rappresentazionalismo una teoria della percezione diretta, mentre a me sembra che sia più simile alla teoria dei dati sensoriali. La teoria rappresentazionale viene spesso declinata in senso causale, anche a causa di un bel paradosso di Grice. Se Tizio ha davanti un orologio a pendolo e nel frattempo gli stiamo stimolando la corteccia visiva in modo che veda un orologio a pendolo, non si può dire che stia vedendo un orologio a pendolo. L’orologio deve anche essere la causa del suo vedere. E allora torna il problema che dicevo prima: che cosa significa per uno stimolo distale causare la visione? Infine c’è la teoria disgiuntiva, secondo la quale noi percepiamo sempre oggetti esterni, tranne quando abbiamo un’allucinazione. La debolezza di questa teoria sta nel fatto che è impossibile distinguere fra allucinazioni e percezioni reali, come la teoria stessa vorrebbe. La percezione, ad esempio, secondo Brewer sarebbe una relazione a tre posti fra un soggetto, delle circostanze e un oggetto. Il primo capitolo si chiude con un intervento del criticone, che poi scopriremo sarà Austin, che chiede al rappresentazionalista e al disgiuntivista che cosa è l’oggetto là fuori.
Il secondo capitolo è un’analisi molto chiara delle condizioni del vedere. Qui Calabi analizza tre possibili teorie: quella per cui si può vedere senza riconoscere in alcun senso ciò che si vede, di Dretske, che però sembra paradossale, perché non si comprende come si possa vedere qualcosa che non è almeno in minima parte percettivamente saliente. Bello l’esempio dell’esagono di Kanizsa. D’altra parte alcuni sostengono che addirittura per vedere bisogna riconoscere per concetti, come McDowell. E’ chiaro che questo è troppo. Noi riconosciamo migliaia di sfumature diverse di colore senza di fatto possederne i concetti, cioè senza avere la capacità di generalizzare anche un poco (vincolo della generalità per i concetti). Dunque per vedere è sufficiente prestare un minimo di attenzione. A questo punto Calabi ci spiega in modo semplice ed elegante la complicata teoria di Peacocke del contenuto non concettuale, cioè di questa salienza percettiva minima rispetto alla quale abbiamo prestato un po’ di attenzione senza riconoscerla. Noi vediamo tale salienza quando percepiamo l’insieme dei possibili scenari percettivi compatibili con quella salienza. E’ molto artificioso anche se interessante.
Nel terzo capitolo Calabi esamina la teoria della percezione di Gregory, secondo cui il percetto sarebbe una sorta di inferenza alla miglior spiegazione messa a punto dal cervello a partire dai pochi dati che gli arrivano dal nervo ottico. Un po’ come nella teoria dell’inferenza inconscia di Helmholtz. Con questa teoria si fa però fatica a spiegare il famoso triangolo di kanizsa.

KANIZSA

Qui si vede il triangolo con i bordi, come ci fossero due diversi tipi di bianco. Il triangolo non è una forma tanto comune, cioè questo non avviene per inferenza alla migliore spiegazione. La teoria di Gregory, in un certo senso viene generalizzata da quella di Marr, secondo cui il percetto è un’elaborazione computazionale dell’informazione in entrata. Giustamente Gibson ha criticato questo tipo di approcci che non tengono conto dell’immensità di informazione che arriva al cervello a causa del movimento. Per questo egli crede che la visione vada studiata nel suo ambiente naturale e non in laboratorio. La percezione consiste non tanto nella costruzione del percetto, quanto nella ricerca delle invarianze. E l’illusione dipende da una percezione incompleta. Difficile capire quale potrebbe essere una teoria gibsoniana dell’allucinazione. Calabi mostra una certa simpatia per la teoria di Gibson, che associa a quella del criticone Austin.
Il libro è bello e fa pensare.

Giugno 20, 2009

IL MEDICO IGNORANTE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 10:07 pm

Con i loro libri Massimo Piattelli Palmarini prima e Matteo Motterlini poi ci hanno fatto conoscere il fenomeno impressionante delle illusioni cognitive. Ce ne è una particolarmente molesta, che sembra colpisca molti medici. Si consideri una sindrome che affligge una persona su 1000 circa, come ad esempio l’AIDS. Diciamo che Tizio ha paura di avere l’AIDS, fa il test e risulta positivo. A questo punto noi sappiamo che il test dell’AIDS ha circa il 2% di falsi positivi, cioè di persone che risultano malate, ma non lo sono. Quale è la probabilità che Tizio sia malato? Verrebbe da rispondere 98% dimenticandosi del tutto della probabilità a priori dell’1 su 1000. Provate a calcolare così. 1000 persone fanno il test 1 è malata, ma dato che il test ha il 2% di falsi positivi, ben 20 persone risulteranno positive. Tizio è uno di questi 20, per cui la sua probabilità di essere malato non è del 98%, ma 1 su 20, cioè del 5%. C’è una bella differenza!

PIACERE, GIOIA E SODDISFAZIONE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA — viverestphilosophari @ 10:00 pm

Quando si cerca di valutare il bene psicologico delle persone in esperimenti di psicologia o valutazioni economiche, bisognerebbe distinguere almeno tre concetti diversi: in primo luogo il piacere, che è una sensazione eminentemente fisica e localizzata, come il piacere dell’orgasmo, di un massaggio, la fine di un mal di denti ecc. In secondo luogo la gioia, che è un benessere che ha ancora una forte componente corporea, ma che riguarda l’intero corpo ed è legata quindi anche al nostro umore. In terzo luogo la soddisfazione, che è invece connessa alla nostra capacità di progettare noi stessi e alla nostra realizzazione. Ogni soddisfazione è anche una gioia e un piacere, ma non vale il viceversa. Ogni gioia è un piacere, ma non vale il viceversa. Infatti noi possiamo provare piacere senza gioia e gioia senza soddisfazione.

L’INDAGINE OCSE SULLA SCUOLA

Archiviato in: SOCIETA' — viverestphilosophari @ 8:47 am

Ringrazio Sara che mi ha fatto avere questo interessante riassunto della recente indagine OCSE (l’associazione che raduna i 23 paesi più industrializzati del mondo) sulla scuola.OCSE SCUOLA

Giugno 18, 2009

RABBIA

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 12:47 pm

Sono molto arrabbiato con il nostro Primo Ministro, perché non mi invita mai alle feste che fa a casa sua! Ma sono ancora più arrabbiato, perchè il suo Governo, invece di intervenire a favore della Scuola pubblica, ha proposto di finanziare le scuole private, mediante il bonus!

Giugno 15, 2009

IL PARADOSSO DELLA VERISIMILITUDINE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 1:11 pm

Il fallibilismo è la teoria della conoscenza secondo cui ogni teoria è falsa, per cui il problema epistemologico non è tanto quello di stabilire quale sia la teoria vera, ma quale sia la meno falsa. Tutti i tentativi di stabilire con esattezza un criterio capace di distinguere fra due teorie quale sia meno falsa, a partire da quello di Popper, ovvero di produrre una definizione precisa del concetto di “verisimilitudine” incontrano un problema molto grave, che viene chiamato dell’invarianza linguistica. Consideriamo una teoria T che può essere enunciata in due linguaggi diversi L1 e L2. L1 ha cinque enunciati atomici, cioè non ulteriormente riducibili, ovvero A1-A5. Mentre L2 ha solo due enunciati B1-B2, tali che, dal punto di vista semantico, vale B1=A1eA2eA3, mentre B2=A4eA5. Ora, poniamo che nel mondo A1 e A4 siano falsi, mentre A2, A3 e A5 siano veri, per cui sia B1 che B2 sono falsi. Poniamo che la teoria T affermi che A1-A5 sono veri e quindi, se viene formulata nel linguaggio L2,che B1 e B2 sono a loro volta veri. Definiamo la distanza dalla verità o verisimilitudine di una teoria come il numero di enunciati atomici veri fratto il numero di enunciati atomici possibili, allora risulta che se formuliamo la teoria T nel linguaggio L1, abbiamo che la verisimilitudine di T è 3/5, se, invece, la formuliamo nel linguaggio L2 è 1. E’ chiaro che questo è un paradosso, perché la stessa teoria formulata in linguaggi diversi acquisisce gradi di verisimilitudine del tutto diversi. Questo paradosso, detto dell’invarianza linguistica, rende molto difficile fornire una definizione esatta dell’importante nozione di verisimilitudine.

VERITA’ E MENZOGNA

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 9:11 am

I concetti di dire la verità e mentire hanno una strana particolarità. Se si tratta di fatti del mondo esterno, tutto è relativamente chiaro. Ad esempio, se chiediamo a Tizio, “Dove eri ieri sera?” e lui risponde “A Messina” e invece ieri sera era a Catania e si ricorda perfettamente di questo, è chiaro che Tizio sta mentendo, mentre, se avesse detto “A Catania” avrebbe detto la verità. Tuttavia la questione si complica parecchio nel momento in cui chiediamo a Tizio qualcosa che riguardi le sue convinzioni, i suoi desideri, le sue speranze ecc. Un primo problema deriva dalla grossolanità dell’espressione linguistica. Se, ad esempio, chiedo a Tizio, “Caio è simpatico?” e lui mi risponde “Sì”, il termine “simpatico” è talmente vago che Tizio avrebbe potuto dire di no e magari in entrambi i casi non sarebbe stato mendace, perché secondo lui Caio per certi versi è simpatico e per altri no (situazioni simili si possono verificare anche con fatti esterni; si pensi all’espressione “è grande”; ma sono più facilmente disambiguabili). Credo che, ammesso che il contesto lo consenta, in casi del genere, la persona sincera chiederebbe di specificare meglio il senso del termine “simpatico” prima di dare una risposta. Ci sono molti altri tipi di bugie. Ad esempio, chiediamo a Tizio, “Caio è arrivato a Messina?”. Tizio risponde di sì, senza specificare che Caio è arrivato, ma in una cassa da morto! Oppure, chiediamo a Tizio, “Dove è la pratica di Rossi?” e Tizio risponde “Sul tavolo nella stanza accanto”, senza specificare che la stanza accanto è chiusa a chiave. Con Grice, possiamo dire che nei dialoghi ci sono quasi sempre delle implicature conversazionali, per cui qualcuno mente non solo quando non dice la verità, ma anche quando ammette implicitamente la verità di implicature conversazionali che lui sa essere false. Poi c’è il problema della consapevolezza dei propri stati mentali. In realtà, a parte le sensazioni, le sensazioni emotive, le rappresentazioni, o meglio, le immagini mentali, noi attribuiamo a noi stessi gli atteggiamenti proposizionali con metodologie simili a quelle che utilizziamo per ascriverli ad altri. Ovvero non è che abbiamo una percezione diretta, ad esempio, della nostra speranza che domani non pioverà, perché desideriamo andare al mare. Dobbiamo infatti esprimerla a noi stessi, così come altri la devono esprimere a noi, in modo da venirne a conoscenza. Dunque non sempre mentiamo quando non siamo pienamente consapevoli dei nostri atteggiamenti proposizionali. Poi c’è il problema della rilevanza. Se, incontrando un collega, gli diciamo sinceramente, “Sei stato veramente in gamba a vincere il torneo di Tennis del nostro circolo” e in realtà stiamo pensando “Sei uno che sul lavoro non vale nulla”, anche se non stiamo dicendo una bugia in senso stretto, non si può negare che in un certo senso stiamo mentendo. In conclusione direi che ci sono almeno tre livelli: il più basso è quello della veridicità, cioè non fare affermazioni false in senso stretto, il secondo è quello della sincerità, cioè dire tutto quello che è rilevante di cui si è consapevoli e il terzo è quello dell’onesta, cioè non solo dire quello che si sa, ma anche esaminare la situazione fino in fondo prima di parlare. L’essere onesti ci può anche portare a stare in silenzio!

Giugno 7, 2009

MARXISMO E RELIGIONE

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA RELIGIONE, FILOSOFIA POLITICA — viverestphilosophari @ 6:11 pm

Un collega di formazione marxista ha scritto nel suo curricolo che ha avviato “una sistematica indagine sulle piú significative esperienze volte a pensare una concezione del mondo integralmente materialistica, capace di essere un reale sostituto, a livello di massa, della religione cristiana“. Provo a mettere questo progetto in connessione con la mia esperienza quotidiana in cui trovo spesso persone che votano a destra, sono religiose, spesso razziste e ciò malgrado dedicano qualche ora alla settimana al volontariato magari in una mensa per stranieri, mentre dall’altra parte chi da sempre vota comunista ed esprime in modo tagliente il proprio parere su immigrati, lavoro e cittadinanza, di fatto spesso non passa neanche un minuto della propria giornata a esprimere solidarietà. Certo, non so se la mia esperienza si possa generalizzare. E’ anche vero che il volontariato non è la maniera migliore di aiutare i più deboli, dovrebbe essere lo stato a essere strutturato in modo più giusto. Però lo stato è quello che è e se vogliamo avere qualche speranza di modificare in meglio la convivenza civile e rendere istituzionale quella giustizia che oggi è invece disattesa non ci resta che impegnarci mostrando come si possono affrontare quei problemi anche al di fuori delle istituzioni. Questo a volte è la premessa perché le istituzioni si prendano a cuore la questione. E’ anche vero che il cattolico praticante fa volontariato spesso solo per acquisire “bollini Paradiso” e non in maniera disinteressata. D’accordo, ma fra chi aiuta e chi non aiuta è sempre meglio il primo, indipendentemente dalla ragione per cui lo fa. Ma vengo al punto che mi preme di più. Le emozioni sono un po’ come i soldi. Se uno vuole guadagnarci deve investire molto a fondo perduto. Se uno tutte le sere vuol far tornare i conti di ciò che ha emotivamente dato e ciò che ha emotivamente ricevuto, un po’ alla volta si chiude in un disperato egoismo. Invece bisogna essere generosi, nel senso di Cartesio, cioè dare, che poi, quando meno te lo aspetti, ricevi indietro cento volte quello che hai dato. Spesso, non sempre, purtroppo. Il rischio indubbiamente c’è, ma nell’altro modo hai la certezza di cadere in depressione. Bene, per dare a fondo perduto, l’uomo deve avere speranze, e le speranze sono spesso irrazionali. Come ci spiega Erasmo, nell’Encomium moriae, senza la pazzia il mondo si sarebbe fermato. Dunque mi sembra che dal punto di vista antropologico un pensiero interamente materialista non può che portare alla disperazione e all’egoismo. Tanto più che il progetto di spiegazione scientifica della natura inaugurato da Democrito e proseguito da Galileo, Newton, Darwin e Einstein non dimostra il materialismo, ma lo presuppone. E sappiamo bene che la scienza naturale, nonostante i suoi straordinari successi, è ben lungi dall’aver trovato una spiegazione integralmente materialistica dell’uomo e della natura in genere.

VATTIMO E MARCONI SULLA VERITA’

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 1:37 pm

Leggo oggi su Il Sole 24 ore una bella recensione di Diego Marconi al libro di Vattimo “Addio alla verità”. Pur stimando entrambi i pensatori torinesi, sono decisamente più vicino al primo, che in questi anni è una delle voci più significative del dibattito filosofico nel nostro Paese. Vorrei soffermarmi brevemente su una sola questione trattata. Marconi nota un’importante incongruenza nel discorso di Vattimo: da un lato egli sostiene che il Cristianesimo dovrebbe evitare di pretendere la veridicità della propria mitologia, che rischia di essere continuamente smentita dai risultati delle scienze, dall’altro però dovrebbe fronteggiare l’ateismo di derivazione scientifica notando che neanche la scienza possiede la verità. Giustamente Marconi nota che se la scienza può smentire le mitologie della religione, allora una qualche differenza fra le proposte della scienza e quelle di altro tipo, dal punto di vista della verità, deve esistere e quindi poi come si fa a eguagliare la scienza ad altre interpretazioni teologiche della natura? Mi sono già occupato della questione osservando che le credenze della religione hanno una motivazione di tipo morale e non giustificativo, cioè sono sorrette soprattutto dalla nostra volontà e non dalle nostre conoscenze. Per lo più riguardo ai dogmi più importanti della religione cristiana le scienze naturali hanno poco da dire, per cui raramente si crea un reale conflitto. Ad esempio, se il credente afferma che vi è un senso nella natura, la scienza mica afferma che non vi è nessun senso nella natura, ma semplicemente che essa ricerca spiegazioni di ciò che accade che non sono finalistiche.

Giugno 5, 2009

IL DISCORSO DI OBAMA AL CAIRO

Archiviato in: POLITICA — viverestphilosophari @ 9:36 pm

Maggio 31, 2009

“LE SCIENZE” DI GIUGNO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 9:32 pm

Questo numero è veramente stimolante. A p. 40 c’è un interessante articoletto sul rapporto fra memoria di lavoro e pensiero. Sembra quasi che la capacità limitata della prima dipenda dall’intervento del secondo, a livello di zone cerebrali. Molto bello l’articolo sull’Energia oscura. In effetti in cosmologia, da una decina di anni in qua si è realizzata una mezza rivoluzione, a causa del fatto che sembra che la dilatazione dell’universo, invece di decelerare aumenti nel tempo. O meglio questa sarebbe la migliore spiegazione del fatto che alcune supernove primordiali hanno una luminosità decisamente inferiore a quanto ci si aspetterebbe. Sapendo noi più o meno la costituzione materiale degli oggetti astronomici possiamo anche prevedere il loro spettro luminoso. Tutti i corpi celesti hanno uno spettro luminoso spostato verso il rosso rispetto a quanto ci aspetteremmo, cioè le lunghezze d’onda sono più grandi. Questo lo si spiega con la dilatazione dello spazio. E’ un effetto simile a quello Doppler, per cui se, ad esempio, in mare ci allontaniamo con una barca perpendicolarmente da un treno di onde, queste ultime ci appaiono dilatate rispetto a quanto misurerebbe un osservatore immobile. Inoltre, più i corpi sono lontani e più sono spostati verso il rosso, questo significa che si allontanano da noi a maggiore velocità. Questo perché, più andiamo lontano nello spazio e, siccome la luce per arrivare fino a noi alla velocità di 300.000 km al secondo impiega del tempo, più andiamo anche nel passato. I corpi 10 miliardi di anni fa si muovevano a velocità maggiore, a causa del fatto che erano più vicini al big bang. Poi un po’ alla volta la forza attrattiva di gravità ha rallentato l’allontanamento dei corpi, cioè la dilatazione dello spazio. Alcune supernove mostrano un redshift che non corrisponde alla loro luminosità, cioè quest’ultima le indica più lontane di quanto ci aspetteremmo dal redshift. Questo viene normalmente spiegato sostenendo che in passato la dilatazione dello spazio deve essere stata più lenta di quanto ci saremmo aspettati dal big bang e dalla forza di gravità. Dunque per arrivare alla nostra dilatazione l’espansione deve essere stata più veloce e, invece di rallentare, come ci aspetteremmo dall’effetto della gravità, sta accelerando. Questa accelerazione non può che essere dovuta a una qualche energia oscura, di cui per ora non sappiamo nulla. Gli autori dell’articolo propongono invece una spiegazione alternativa, basata su una messa in discussione del principio cosmologico. Potrebbe cioè essere che noi ci troviamo in una zona particolare dell’universo, in cui la densità di materia è sensibilmente inferiore alla media e questo avrebbe provocato il rallentamento della dilatazione. Le nostre osservazioni ci dicono che sopra i 100 milioni di anni luce la distribuzione di materia è omogenea, ma più di tanto le nostre osservazioni potrebbero non essere generalizzabili. Gli autori, Ferreira e Clifton, sostengono che prima o poi ci saranno esperimenti cruciali che distingueranno fra le due interpretazioni dell’anomalia. Tutto l’articolo ha un lieve sapore illogico, perché non è chiaro come si possa fare cosmologia senza un qualche principio cosmologico, che non necessariamente deve avere la forma di quello comune. Non è del tutto esplicitato quale sarebbe il principio che andrebbe a sostituire quello esistente.
Ma l’articolo che mi ha veramente colpito è quello del fondatore della sociobiologia Edward Wilson assieme a David Sloan Wilson. Come è noto molti animali presentano comportamenti altruistici, dalle amebe alle api fino alle gazzelle e all’uomo, che in prima istanza non si riescono a spiegare in termini evoluzionistici. Gli individui votati al cieco egoismo dovrebbero avere più probabilità di sopravvivere rispetto a quelli programmati per essere altruisti, per cui i geni altruisti dovrebbero essere del tutto spariti nel corso dell’evoluzione. La spiegazione classica di questo fenomeno è la formula di Hamilton br-c>0, dove b è il beneficio per il cospecifico, c il costo per l’altruista e r il grado di parentela genetica, che è 0 per individui del tutto estranei e 1 per gemelli omozigoti. Ovvero se br-c>0 allora il comportamento si trasmette, cioè, ad esempio, se il beneficio per un gemello identico è maggiore del costo dell’altruista, il gene viene trasmesso. I due autori fanno notare che esiste anche una vera e propria “selezione di gruppo”. Nel caso in cui sussista una forte amalgama biologica fra gli individui, come in certi branchi di animali marini, ma anche nel caso dell’uomo o delle api, anche se br-c<0 i comportamenti altruistici possono essere vincenti per un gruppo rispetto a quanto capita in un altro gruppo. Secondo gli autori, dobbiamo applicare una teoria della selezione a molti livelli. Così come è relativamente raro che un gene utilizzi un individuo (anche se non impossibile, come nel caso del gene del segregation distorter della drosophila) così a volte un individuo non utilizza il gruppo a cui appartiene, ma invece vive per esso. Anche i teorici del gene egoista, come Dawkins, sono costretti a introdurre il concetto di “veicolo della selezione”, che può essere l’individuo, ma anche il gruppo. Probabilmente la differenza cruciale fra gli antenati degli esseri umani e altri primati è stata proprio questa capacità di aggirare la fitness dell’individuo a favore di quella del gruppo. Straordinario l’esperimento di Muir delle galline. Se si selezionano le galline che fanno più uova all’interno di un gruppo, oppure le gabbie di galline più produttive. Dopo 6 generazioni si arriva che le galline super produttive si ammazzano fra di loro e non producono più uova, mentre le altre diventavano sempre più produttive.

Maggio 30, 2009

IL FALSO DEL PRESUNTO FALSO DI ARTEMIDORO

Archiviato in: LETTERATURA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 11:28 am

E’ interessante, per capire meglio come funziona il legame fra cultura e informazione, seguire la significativa storia del papiro di Artemidoro. Per cominciare si dà un’occhiata a wikipedia, dove si trovano parecchie informazioni. E’ un papiro pagato quasi 3 milioni di euro dalla Fondazione S.Paolo, che conterrebbe un testo di Artemidoro, grande geografo dell’antichità. Per chi non lo sa, la maggior parte delle nostre fonti sul mondo antico è trascritta su codici, che risalgono al massimo al X secolo d.C., quindi più o meno mille anni dopo che sono stati scritti i testi che riportano. Perciò, quando troviamo anche solo un frammento di papiro, che risale al I secolo d.C., è una manna per i filologi, che possono confrontare il testo dei codici con qualcosa di molto vicino all’originale. Il noto filologo Luciano Canfora (noto anche perché nell’Università di Bari, dove insegna, lavorano anche la moglie, il figlio e la moglie del figlio!, come riportato dall’Espresso 3/2007 alle pp. 46-47) ha iniziato una vera e propria battaglia contro l’autenticità del papiro, sostenendo che sarebbe un raffinato falso messo a punto dal grande calligrafo greco dell’800 Simonidis. Addirittura si sarebbe trovato il testo geografico coevo da cui Simonidis avrebbe copiato. I giornali hanno dato ampio spazio all’esuberante Canfora. Sta di fatto che Giambattista D’Alessio, uno dei maggiori grecisti italiani (i grandi studiosi li trovi raramente sui giornali), si è accorto che il papiro, pur contenendo una parte di Artemidoro, è in realtà una miscellanea ricostruita malamente nel momento del recupero. Il Canfora ha subito scritto sul Corriere che D’Alessio avrebbe dimostrato la correttezza della sua tesi. Il che è evidentemente falso, tanto che D’Alessio si è sentito in dovere di smentirlo. Triste destino quello della verità in un mondo dominato dai venditori di fumo di destra e di sinistra!

Maggio 29, 2009

INTERNET E DEMOCRAZIA

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 7:18 am

Ieri mattina alle 7 ascoltavo su Radio Radicale la rassegna stampa estera di David Carretta, da cui emergeva un’immagine dell’Italia all’estero disastrosa. All’una al Mercato delle Erbe due signori tentavano di convincere un’ortolana a votare qualcosa e ho sentito lei che diceva con enfasi: “Io sono per Berlusconi! Lui ha dato i posti di lavoro! Lui ha fatto qualcosa! Per merito suo tutti nel mondo ci vogliono bene!”. E i due se ne sono andati con un sorriso desolato. La televisione sta perdendo utenti, che un po’ alla volta si rivolgono a internet. In mancanza di regole certe, come in Italia, si mette a disposizione gratuitamente una gran quantità di intrattenimento, lo si finanzia vendendo la pubblicità legata all’audience e l’informazione che passa in quell’ambito diventa la realtà, come nel caso dell’ortolana, che certo non aveva letto il Financial time di quella mattina. Come mi spiega l’amico Eugenio, la comunicazione su internet funziona in modo molto diverso, cioè vince, fa audience, chi diventa snodo per raggiungere l’informazione messa da altri. Finché è così e se internet toglie sempre più utenza alla televisione, allora un po’ alla volta, anche in assenza di leggi che regolano, si dovrebbe andare verso una maggiore pluralità dell’informazione. Ma io ho paura che qualche grosso imprenditore italiano costruisca in rete qualcosa di simile a Mediaset, cioè una piattaforma dalla quale puoi facilmente scaricare telefilm, soap opera, videogiochi e altre forme di intrattenimento. E la mantiene con la pubblicità. Allora se tutti vanno lì, l’informazione che passa in quel sito diventa la realtà. Adesso certo non è così: la maggior parte degli utenti internet ha come homepage google che è il massimo della flessibilità e dell’apertura all’informazione. Però ora la fascia degli utenti internet è ancora di livello culturale medio-alto. Mi chiedo se le cose non cambieranno quando tutti utilizzeranno internet come forma principale di intrattenimento.

Maggio 28, 2009

“EBREO” A URBINO

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 4:38 pm

Mi è giunta voce che qualche collega del mio ateneo ha parlato di me come di un “ebreo”, usando il termine con disprezzo! Purtroppo non sono ebreo, perché, pur avendo un nome di origine ebraica, cioè “Fano”, ho la mamma gohim (gentile), e per essere ebreo bisogna avere la madre ebrea (mater certa est). Né mio padre, né mio nonno, pur essendo di sangue ebraico, erano ebrei di religione, essendo intellettuali cosmopoliti. C’è una forma di antisemitismo, che è stata molto importante durante la Repubblica di Weimar, nell’assassinio di Rathenau, ad esempio, cioè il vedere nell’ebreo il portatore della modernità illuminista, che mette in discussione i miti del sangue e della terra. Forse quell’apostrofe, nell’Urbino un po’ municipalista, tutta concentrata sulla propria urbinità, rivolta a me, che, pur amando Urbino città e Urbino università, credo che la partita culturale si giochi su ben altre dimensioni e nei fatti e nelle parole ho portato avanti una politica di innovazione, svecchiamento e sprovincializzazione, sia azzeccata. Se “ebreo” significa cosmopolita, illuminista, contro le vecchie gerarchie, contro i piccoli clientelismi, per una cultura europea e mondiale, per l’efficienza, il merito, la serietà e l’impegno, allora sì mi sento ebreo!

MENTE E CERVELLO DI GIUGNO

Archiviato in: FILOSOFIA DELLA PSICOLOGIA, FILOSOFIA DELLA SCIENZA — viverestphilosophari @ 7:01 am

La rivista mensile “Mente e cervello” è stata un’occasione persa. L’idea di presentare i risultati delle nuove scienze della mente è molto buona, ma poteva essere realizzata in modo meno sensazionalistico e più scientifico, come la sua gemella “Le scienze”. Comunque non lamentiamoci e prendiamo quello che ci passa il convento. Sul numero di giugno si può fare un confronto fra una ricerca neuropsicologica che fornisce una vera spiegazione scientifica e un’altra che è solo una raccolta di dati. Si prenda l’articolo “Le parole cancellate”, in cui si racconta di Alberto che dopo un ictus non è più in grado di ricordare la lettera delle parole che gli sono appena state dette, ma ne ricorda il senso. Questo viene spiegato mostrando che dopo essere passati per la corteccia uditiva i segnali nervosi arrivano al giro sopramarginale sinistro, che funziona proprio come memoria a breve termine. Dopo di che, solo passando dal lobo frontale, dove risiedono i centri legati alla volontà, si passa alla memoria di lavoro. Alberto ha infatti, come si vede dalla TAC, il giro sopramarginale sinistro danneggiato. Poco interessante è invece l’articolo “Ossessione denaro”, dove si nota che in generale alcune zone del cervello sono più attive quando uno si aspetta un guadagno, che quando lo ottiene. E’ questo il meccanismo del gioco, per cui ci eccita di più la possibilità di vincere il denaro che vincerlo. E diventiamo talmente dipendenti da quell’eccitazione da rovinarci completamente. Ma nulla di esplicativo si apprende dal punto di vista neurologico dagli esperimenti di cui si parla nell’articolo.

Maggio 26, 2009

NOEMI E MILLS

Archiviato in: POLITICA, SOCIETA' — viverestphilosophari @ 2:25 pm

I giornali di questi giorni (soprattutto quelli dell’opposizione) sono pieni delle disavventure sessuali e giudiziarie del Primo Ministro. Faccio fatica a essere interessato a questi argomenti. Credo che non abbia alcuna rilevanza per le capacità e i progetti politici di un uomo la sua vita sentimentale. Né, come oggi nota Rodotà, trovo particolarmente grave che il Presidente del Consiglio si difenda con menzogne dagli sguardi indiscreti del pubblico. mi dispiace per lui che sia ridotto a questo livello di sordida incapacità di vivere l’amore, ma questo non credo che lo tocchi come uomo politico. Nè trovo opportuno l’intervento di Lerner sul corpo delle donne: un problema gravissimo, che qui però non credo sia rilevante. Un po’ più interessante l’affare Mills. Un uomo politico che corrompe è indubbiamente un problema. E credo che questa sia una buona ragione per non votarlo. Però trovo la questione Mills del tutto irrilevante per l’opposizione. L’opposizione dovrebbe convincerci a votare per loro con progetti, idee e testimonianze, non mettendo in discussione l’onestà degli uomini del Governo. Di certo le ragioni per non votare Berlusconi sono altre rispetto a Noemi e Mills, cioè il fatto che ha salvato quel carrozzone parassitario dell’Alitalia togliendo soldi alla formazione e alla ricerca, che ha tentato di impedire al padre di Eluana di por termine al suo dramma con una legge iniqua e liberticida, che ha tolto risorse ala formazione primaria, che non si è occupato minimamente di mettere a punto una legge elettorale che garantisca la governabilità e la rappresentatività, che non si preoccupa minimamente di sciogliere il nodo della democrazia italiana, cioè i monopoli dell’informazione, che non approfitta della crisi per rilanciare l’innovazione tecnologica, ma solo per alzare barriere doganali a favore dei pochi che hanno, che segue una politica estera amica di dittatori sanguinari come Putin e Gheddafi. Credo che ce ne sia abbastanza senza chiamare in causa squallide avventure sessuali o tristi fenomeni di corruzione.

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